
Ogni femminicidio è un fallimento dello Stato, della cultura, dell’educazione. Serve un Piano Nazionale di Emergenza per l’Educazione Affettiva, nelle scuole e nei media. Adesso.
Negli ultimi giorni, l’Italia è stata scossa da due tragici episodi di femminicidio che hanno visto come vittime due giovani donne:Ilaria Sula, trovata in una valigia a Poli, eSara Campanella, accoltellata per strada a Messina da un ragazzo che la stalkerava da anni. Due nomi, due storie, una sola domanda che ci inchioda:perché?
Ilaria era stata uccisa dall’ex fidanzato, che ha poi occultato il suo corpo in una valigia. Sara è stata seguita, spiata, infine aggredita a morte da un coetaneo che la perseguitava da tempo. Due crimini diversi, stessa radice: la pretesa di possesso, l’incapacità maschile di accettare il rifiuto, il rifiuto di riconoscere l’autonomia dell’altra.
Eppure, nonostante tutto, una domanda più sottile ci attraversa:se ne parla tanto, ma a che serve se la strage continua?Il rischio è quello diparlarne troppo e male, in modo tossico, ripetitivo, svuotato. Ogni giorno titoli, servizi, interviste. E ogni giorno la stessa spirale: indignazione, pietà, poi l’oblio.
Così facendo,la violenza si normalizza. La narrazione si appiattisce, si banalizza, diventa routine. E peggio ancora: si finisce per farepornografia del dolore.Dettagli raccapriccianti, voyeurismo emotivo, morbosità da cronaca nera. A chi serve tutto questo? Sicuramente non alle donne vive. E nemmeno a quelle morte.
Contemporaneamente in questi giorni vediamo suNetflix “Adolescence“, che esplora la vita di un tredicenne accusato di aver ucciso una compagna di classe. La serie britannica mette in luce temi come la misoginia, l’influenza dei contenuti online e la vulnerabilità dei giovani maschi attratti da ideologie tossiche. Il femminicidio è l’estrema conseguenza di una cultura malata cheserpeggia sottotraccia tra i giovanissimi.
Sulla rete ho trovato gruppi che si fanno chiamareincel(sta per involuntary celibacy): un movimento tossico, nato online, che si nutre di odio verso le donne e frustrazione maschile. Girano ossessivamente l’idea dell’80/20: secondo questa teoria da social degenerati, l’80% delle donne sceglierebbe solo il 20% degli uomini “alfa”, lasciando gli altri “beta” a marcire da soli. Una visione paranoica, svilente, priva di fondamento. Eppure funziona. Parla a chi è fragile, insicuro, isolato. E diventa ideologia. Peggio:giustificazione.
Le donne vengono appellate, indistintamente come dei contenitori (di cosa potete immaginare).Abbiamo capito? Alla faccia di tutte le panchine rosse e le giornate contro la violenza sulle donne.Ragazzi che si convincono che l’amore sia una transazione, che se una donna rifiuta, sta compiendo un’ingiustizia. Che il sesso è un diritto, e l’altro è solo un oggetto da ottenere.
Ed ecco che la “la società patriarcale” diventa unascorciatoia ideologica, comoda per sviare le responsabilità individuali e collettive.
Certo, la cultura patriarcale esiste, ma i femminicidinon sono un sottoprodotto inevitabile del patriarcato: sono atti precisi, compiuti da uomini incapaci di relazionarsi in modo sano, che trovano terreno fertilenon tanto in una struttura sociale ottocentesca, ma in unamodernità iperconnessa, disumanizzante e priva di riferimenti affettivi.
Il pericolo vero, oggi, non è tanto un padre padrone che impone, ma un adolescente lasciato solo in un mondo dovel’odio si consuma come intrattenimento. Dove i social amplificano rancore e frustrazione, dove si impara a disprezzare l’altro prima ancora di conoscerlo, e il sarcasmo è diventato l’unico linguaggio possibile.
In questo ecosistema digitale, si formauna cultura della disumanizzazione,dove tutto è giudizio, voto, sfida, gogna. Il bullismo non finisce più al suono della campanella, ma continua online, amplificato dal branco virtuale, trasformandosi in cyberbullismo feroce e invisibile. I ragazzi si offendono, si perseguitano, si spiano, si filmano. E i più fragili si spezzano.
Crescono i suicidi tra gli adolescenti, crescono le istigazioni, i gruppi che incitano all’autolesionismo, i messaggi che umiliano chi è “troppo sensibile”. In un mondo che ha fatto dell’indifferenzauna posa cool,l’empatia è derisa, l’emotività è debolezza e la solitudine è normalità.
Un ragazzo che non sa gestire il rifiuto, il dolore, la frustrazione, non lo uccide sempre l’odio: lo uccide l’assenza di strumenti per vivere. E nessuno gli ha insegnato che l’altro è una persona, non uno specchio del proprio ego.
Serve un cambio radicale. Nelle scuole, nei media, nelle famiglie. Serve smontare il modello dell’uomo “forte” che non deve chiedere mai, e costruire al suo posto una cultura della fragilità accolta, del no che non è una provocazione, dell’amore che non controlla ma lascia liberi.
Serve ancheuna comunicazione più consapevole, meno isterica, meno a caccia di clic. Serve educare i ragazzi —davvero— a cosa significa amare, lasciar andare, accettare un no. Serve che le famiglie parlino, che le scuole insegnino empatia, che i media si assumano la responsabilità di non alimentare il mostro.
E serve, da subito, che le istituzioni attivino unPiano Nazionale di Emergenza per l’Educazione Affettiva:un intervento strutturato e obbligatorio, a partire già dalla scuola primaria, che insegni il rispetto, la gestione delle emozioni, l’identità di genere, il valore delle relazioni e l’uso consapevole del digitale. Non bastano più progetti a spot, iniziative volontarie o sportelli di ascolto messi lì come toppa.
Serve una riforma vera, continua, capillare, che entri nel tessuto educativo come strumento di prevenzione. Perché l’empatia si costruisce. E la violenza si disinnesca solo se la si riconosce molto prima che esploda.
Perché Ilaria e Sara sono morte, sì. Ma fuori da quella valigia, fuori da quella strada di Messina, ci siamo noi. E abbiamo una scelta: restare spettatori passivi o iniziare, davvero, una rivoluzione.
Scopri di più da UMBRIAreport
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.












