In dieci anni l’industria umbra si è ridotta nei numeri ma non nella funzione economica. La manifattura rappresenta meno del 9% delle imprese, ma produce quasi metà della ricchezza regionale. I dati camerali raccontano una trasformazione strutturale che chiede politiche industriali vere, non slogan
Un ridimensionamento numerico che non equivale a declino
In Umbria il numero di imprese manifatturiere diminuisce, ma il loro peso economico resta sorprendentemente solido. Al terzo trimestre 2025 le aziende industriali rappresentano appena l’8,8% del totale regionale, con una flessione del 15% rispetto al 2015. Eppure continuano a generare il 44% della ricchezza prodotta dalle società di capitale umbre.
È il quadro che emerge dai report della Camera di Commercio dell’Umbria, basati sull’analisi dei bilanci aziendali. Un arretramento reale, ma non una rottura. Piuttosto, una trasformazione coerente con le dinamiche del Centro Italia, dove la terziarizzazione avanza più rapidamente rispetto alla media nazionale.
Il dato va letto per quello che è: non la fine dell’industria, ma la sua selezione.
Meno imprese, più struttura
Limitarsi a contare le imprese significa guardare solo la superficie. Nel decennio 2015–2025 gli addetti del manifatturiero umbro sono diminuiti del 3,8%, un dato contenuto e persino migliore rispetto alla media nazionale. Contemporaneamente, la dimensione media delle aziende è cresciuta del 12,2%, passando da 8,6 a 9,8 addetti.
Il segnale più interessante riguarda però la composizione del lavoro: i dipendenti non familiari sono aumentati del 30,5%. È il sintomo di un’uscita graduale dalla micro-impresa fragile verso assetti più strutturati, più professionali, più capaci di stare sul mercato.
Altro che desertificazione industriale: qui siamo davanti a una concentrazione selettiva, che premia chi investe e penalizza chi resta sottodimensionato.
Il valore aggiunto resta industriale
Il dato chiave resta il valore prodotto. Con meno del 9% delle imprese, la manifattura genera quasi metà della ricchezza delle società di capitale umbre. È una quota nettamente superiore alla media nazionale (35,5%) e in linea con regioni manifatturiere come Toscana e Marche.
Anche nel confronto con il periodo pre-Covid, le proporzioni restano simili, nonostante una contrazione più marcata nel Centro Italia. Questo indica una trasformazione territoriale condivisa, non un’anomalia umbra.
Il messaggio è chiaro: senza industria, l’economia regionale non regge.
Lavoro: meno quantità, più qualità
C’è poi un tema che raramente entra nel dibattito pubblico: la qualità dell’occupazione. Nelle società di capitale manifatturiere umbre il costo medio annuo per addetto è pari a 30.440 euro, oltre 7.000 euro in più rispetto alla media degli altri settori regionali. Un differenziale del 30,1%.
Tradotto: maggiore produttività, maggiore valore aggiunto, salari mediamente più alti. Altro che settore maturo o residuale. La manifattura continua a garantire lavoro più stabile e qualificato rispetto a molti comparti dei servizi.
Ed è qui che cade la narrazione facile del “basta puntare sul turismo”.
Il vero nodo: le politiche che non ci sono
I report camerali sono chiari: la manifattura umbra arretra nei numeri ma non è in rotta. Si concentra, cresce di scala, investe in lavoro stabile e resta uno dei pilastri dell’economia regionale.
Il problema non è il settore. Il problema è l’assenza di una strategia industriale regionale capace di sostenere dimensione d’impresa, competenze, reti, innovazione tecnologica e transizione ecologica.
Restare fuori da questi processi significa perdere progressivamente spazio competitivo fino all’estinzione silenziosa. E questa, sì, sarebbe una scelta politica.
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