Firmato un nuovo protocollo tra Università di Perugia, Comune di Terni e Conservatorio Briccialdi per rilanciare il Terni Festival e il ruolo universitario della città. Ma tra dichiarazioni di principio e realtà urbana resta aperta una domanda chiave: Terni è davvero una città universitaria o solo una formula ricorrente nei comunicati?
Didattica, innovazione, ricerca e territorio: le parole sono sempre le stesse. Cambiano i protocolli, cambiano i festival, ma la domanda resta identica da anni: Terni è davvero trattata come città universitaria o continua a esserlo solo nei comunicati stampa?
La firma del nuovo protocollo d’intesa – siglato venerdì pomeriggio durante la presentazione del Terni Festival – tra Università degli Studi di Perugia, Comune di Terni, Associazione culturale per Terni Città Universitaria e Conservatorio Statale di Musica Briccialdi rilancia formalmente un obiettivo dichiarato da tempo: rafforzare Terni come polo universitario e culturale. L’accordo, della durata di tre anni, rinnova un’intesa già avviata nel 2022 e pone al centro l’iniziativa “Terni Festival – didattica, innovazione, ricerca e territorio”.
Sulla carta, tutto torna. Nella pratica, molto meno.
Un protocollo che rinnova, ma non risolve
Il Rettore di UniPg, Massimiliano Marianelli, ha parlato di “visione di sistema”, di sedi universitarie come “presìdi di senso” e di un’università che cresce solo se crescono i territori. Un’impostazione condivisibile, ma che a Terni si scontra con una realtà nota: servizi insufficienti per gli studenti, residenzialità universitaria debole, collegamenti ancora problematici, scarsa integrazione con il tessuto urbano e produttivo.
Dire che Terni non è una sede decentrata è un’affermazione politica prima ancora che culturale. Ma allora servono atti conseguenti, non solo protocolli.
Il Comune capofila, ma dov’è la strategia?
Il Comune di Terni, indicato come capofila dell’intesa, garantirà supporto gestionale, amministrativo e promozionale. È il minimo sindacale. Quello che manca – e che l’amministrazione continua a non chiarire – è una strategia urbana strutturata sulla funzione universitaria: politiche abitative, servizi dedicati, attrattività per docenti e ricercatori, incentivi reali per trattenere competenze.
Finché l’università resta confinata agli eventi e non diventa infrastruttura permanente della città, Terni continuerà a essere “polo” solo a intermittenza.
Il valore aggiunto del Briccialdi (che però non basta)
L’ingresso del Conservatorio Briccialdi rafforza indubbiamente il profilo culturale del progetto. Le parole del presidente Dario Guardalben sul ruolo civile e morale della formazione musicale sono tra le più concrete ascoltate. La stagione concertistica “I suoni del Briccialdi” e il contributo artistico al festival rappresentano un valore reale.
Ma anche qui il rischio è noto: molta qualità, poca massa critica. Senza un ecosistema che tenga insieme università, alta formazione, imprese e città, l’eccellenza resta episodica.
Il Terni Festival 2026: salute e ambiente
Il tema scelto per l’edizione 2026, “Salute e ambiente”, è attuale e coerente con le vocazioni del territorio. Il programma prevede sei incontri con le scuole, due appuntamenti aperti alla cittadinanza e un evento finale il 5 giugno 2026 al Teatro Sergio Secci.
Un impianto corretto, ma che ripropone una domanda cruciale: che impatto lascerà sul territorio dopo la chiusura del sipario?
Il nodo politico (mai affrontato fino in fondo)
Il problema non è il festival. Né il protocollo. Il problema è che Terni continua a essere evocata come città universitaria senza esserlo pienamente nelle scelte politiche regionali e comunali. Mancano investimenti strutturali, manca una regia forte, manca soprattutto la volontà di fare dell’università una leva di sviluppo e non un accessorio identitario.
Finché questo nodo non verrà sciolto, ogni nuova firma rischia di essere solo l’ennesimo rinnovo di buone intenzioni. E Terni resterà, ancora una volta, una città che ospita l’università, ma non la governa come sistema.
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