Al Caffè letterario della BCT il filosofo riflette su educazione estetica, amore e fragilità umana, tra letteratura, cultura classica e vita vissuta.
In un pomeriggio uggioso, di quelli che promettono pioggia ma non convincono mai del tutto, decido comunque di uscire. La destinazione è la BCT, più precisamente il Caffè letterario della Biblioteca Comunale di Terni.
L’occasione è di quelle da non lasciarsi scappare: alle 18 in punto è in programma la conferenza di Stefano Zecchi.
Zecchi non ha bisogno di grandi presentazioni: filosofo, scrittore, accademico, già professore di Estetica all’Università degli Studi di Milano, è una di quelle voci che riescono a parlare di concetti complessi senza appesantirli.
La conferenza si apre con una riflessione sull’educazione estetica, strettamente legata alla cultura e all’idea di bello. Bellezza e amore, spiega Zecchi, si incontrano nella soggettività: da qui la sua idea di democrazia del gusto.
Il gusto per la bellezza non è innato: va insegnato, diffuso, condiviso. Solo così l’educazione estetica diventa una chiave reale per godere della bellezza.
Poi c’è l’amore. Una parola usata, forse oggi anche abusata, ma che non ha perso la capacità di farci incontrare l’altro. Nella nostra cultura classica amore e bellezza sono inseparabili: la relazione non è accessoria, è fondante.
Eppure – sottolinea Zecchi – tutta la biografia dell’amore ha sempre a che fare con qualcosa di patologico: nevrosi, ossessioni, squilibri. A questo punto la domanda diventa inevitabile: si può morire d’amore?
La risposta è netta, senza tentennamenti: sì, assolutamente sì. Anche se, paradossalmente, siamo sempre pronti ad amare di nuovo.
L’amore ha molte sfaccettature. Quello sentimentale si incarna nell’idea del “per sempre”. Poi ci sono gli amori sbagliati, quelli di cui è piena la letteratura: su tutti, quello di Anna Karenina per Aleksëj Vronskij. Amori che consumano, travolgono, portano fuori asse.
Amore e viaggio, del resto, funzionano allo stesso modo: ci costringono a uscire da noi stessi, a spingerci verso l’esterno, verso l’ignoto.
Il racconto di Zecchi sulla bellezza e sull’amore scivola via con una leggerezza rara. Il pubblico ascolta in silenzio, catturato dal flusso delle parole, accompagnato quasi per mano. Gli aneddoti, il tono di voce basso e soffuso, creano un’atmosfera intima, sospesa.
E quando la conferenza finisce, resta quella sensazione precisa: non di aver assistito a una lezione, ma a un incontro.
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