Le parole del sindaco di Terni Stefano Bandecchi sull’abbigliamento riaccendono il tema del decoro in politica. Ma dietro la provocazione si nasconde una questione più profonda: il livello del linguaggio istituzionale.
C’è un momento in cui la politica smette di essere istituzione e diventa spettacolo.
E raramente è un progresso.
Le parole del sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, durante il Consiglio comunale — tra prezzi degli abiti, autocelebrazione fisica e giudizi sul corpo altrui — non sono solo una provocazione. Sono un segnale.
Perché quando chi rappresenta una comunità porta il dibattito sul costo delle scarpe o su come dovrebbero vestirsi le donne, il problema non è il tono. È il piano su cui si è scelto di stare.
La politica dovrebbe elevare.
Qui, invece, si scivola verso una dimensione privata, quasi da spogliatoio, dove il corpo diventa argomento pubblico e il decoro viene definito in modo arbitrario, personale, perfino intrusivo.
E allora la domanda vera non è quanto costano le scarpe del sindaco.
La domanda è: che idea di istituzione passa da questo linguaggio?
Perché un sindaco non è un influencer.
Non è un personaggio da palcoscenico.
È — o dovrebbe essere — il punto più alto di equilibrio tra rappresentanza, rispetto e responsabilità.
Quando questo equilibrio salta, resta solo il rumore.
E il rumore, in politica, è sempre un segnale di vuoto.
C’è poi un altro aspetto, più sottile ma più grave: il riferimento al corpo, soprattutto femminile.
Non è ironia. Non è leggerezza.
È un ritorno a un’idea di controllo, di giudizio, di definizione di ciò che è “decoroso” che appartiene più al passato che a una società moderna.
E qui il punto diventa culturale.
Perché una comunità non si misura da quanto costa un abito, ma da quanto è libero e rispettato chi lo indossa.
Il rischio è trasformare le istituzioni in un teatro permanente.
E la politica in una battuta che fa rumore — perché dietro, ormai, non c’è più niente da dire.
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