Export siderurgico in flessione del 5,7%: crollano prezzi e volumi, ma il polo ternano limita le perdite e guadagna una posizione. Segnale di tenuta, non ancora di rilancio.
L’export italiano dell’acciaio conferma la sua fase discendente: secondo i dati Istat rielaborati da siderweb, le esportazioni si sono fermate a 19,7 miliardi di euro, in calo del 5,7% rispetto ai 20,9 miliardi del 2024. Una flessione che segna la terza contrazione consecutiva, dopo il boom post-pandemico del biennio 2021-2022.
Non è solo una questione di prezzi. A calare sono anche i volumi, ed è questo il dato più rilevante, perché indica un rallentamento strutturale del mercato. Anche l’import segue la stessa traiettoria, scendendo del 5,7% fino a 21,1 miliardi di euro. Il risultato è che l’Italia resta un paese importatore netto di acciaio, con un saldo negativo di circa 1,4 miliardi.
La geografia produttiva non cambia, ma si incrina. Le principali province siderurgiche italiane concentrano 16,3 miliardi di export, con una contrazione del 5,1% rispetto al 2024. La Lombardia resta il cuore industriale del settore, ma i segnali di affanno sono evidenti anche nei territori più strutturati. Brescia mantiene la leadership con una leggera crescita, mentre Udine e Cremona rallentano. Più marcate le difficoltà di altri poli storici, che registrano flessioni significative e perdono terreno.
In questo scenario si inserisce il dato di Terni, sede di Arvedi-AST, che guadagna una posizione e sale all’ottavo posto nazionale con 873 milioni di euro di export. Anche qui il segno resta negativo, con un calo del 7,3%, ma inferiore rispetto ad altri distretti. È questa differenza, più che una reale espansione, a spiegare il miglioramento in classifica.
Dentro il dato complessivo emerge però un elemento interessante. Se calano i prodotti siderurgici e soprattutto i tubi, cresce in modo significativo la prima trasformazione. È un segnale che non va sottovalutato, perché indica una capacità di spostarsi verso produzioni a maggiore valore aggiunto, meno esposte alle oscillazioni del mercato globale.
Il punto, però, è un altro. Non siamo di fronte a una crisi improvvisa, ma a una selezione industriale. Il settore non sta crollando, sta cambiando pelle. Chi resta ancorato a un modello basato sull’acciaio come commodity soffre di più. Chi investe in qualità, trasformazione e innovazione riesce a reggere.
Terni, oggi, si colloca in una posizione intermedia. Tiene, ma non accelera. E questo è il vero nodo. Il passaggio all’ottavo posto non è un risultato pienamente positivo, ma un segnale di resistenza in un contesto che si sta facendo sempre più competitivo.
Resistere, però, non basta. Per restare agganciati al sistema industriale europeo serve un salto di qualità netto, che passa dall’innovazione, dalla transizione verso l’acciaio green e dalla costruzione di filiere integrate. Senza questo cambio di passo, il rischio è evidente: alla prossima contrazione del mercato, la classifica potrebbe ribaltarsi.
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