Nati tra chitarre, parodie e amicizia, gli Altoforno sono diventati un caso unico: un gruppo “improvvisato” capace di riempire piazze e raccontare l’anima della città. Tra dialetto, memoria industriale e satira, la loro storia è molto più di una semplice esperienza musicale.
Ci sono fenomeni locali che restano tali. E poi ce ne sono altri che, pur nascendo in una dimensione profondamente territoriale, diventano qualcosa di più: uno specchio collettivo, un linguaggio condiviso, quasi una forma di appartenenza.
Gli “Altoforno” sono questo per Terni. Non semplicemente un gruppo musicale, ma un esperimento sociale riuscito: ironico, dissacrante, popolare nel senso più autentico del termine. Un progetto nato tra amici, tra chitarre improvvisate e serate lontane dai circuiti “mainstream”, che nel tempo si è trasformato in un fenomeno capace di riempire piazze, attraversare generazioni e raccontare la città meglio di tante analisi ufficiali.
Dentro le loro canzoni – parodie, certo – c’è molto più di una risata: c’è il dialetto, c’è la memoria industriale, c’è quella vena di autoironia tipica delle comunità che hanno conosciuto il lavoro duro e le trasformazioni profonde.
Il nome stesso, “Altoforno”, non è casuale. È dichiarazione di identità. È Terni. Li abbiamo intervistati per capire da dove nasce questo fenomeno e perché, dopo trent’anni, continua a funzionare.
Quando e come nascono gli “Altoforno”? E perché questo nome? C’è un riferimento diretto alla storia industriale di Terni?
Ufficialmente nasciamo con la nostra prima esibizione pubblica, l’8 luglio 1995, quando fummo invitati dal nostro amico Mauro Nannini, operatore sociale di comunità, a proporre alcuni dei nostri primi brani durante una serata di intrattenimento per i ragazzi di una struttura protetta, presso l’oratorio di San Giovanni Bosco a Campomaggiore.
In realtà, questa abitudine di parodiare i testi di canzoni famose era nata già da qualche anno ed era diventata una delle principali attività del tempo libero trascorso insieme in una vasta comitiva di ragazzi e ragazze – tra scuola superiore e università – della zona Borgo Rivo, Campitello, Gabelletta, Campomaggiore e Cesi.
Avevamo soprannominato quel gruppo “Bettola tours”, perché organizzavamo davvero pullman per andare alle principali feste del vino del Centro Italia, dai Castelli Romani a Città della Pieve. Eravamo un po’ alternativi al giro delle discoteche: preferivamo cene tra amici, chitarre, escursioni in montagna, tornei di calcio o tennistavolo, e lunghe conversazioni sui tempi che stavamo vivendo.
Da quel gruppo è poi nato un nucleo più ristretto di undici persone, che ha continuato a portare avanti le canzoni parodistiche scegliendo il nome “Altoforno”, proprio in omaggio alla storia industriale di Terni e al nostro dialetto, che utilizziamo più spesso dell’italiano.
Chi sono i membri del gruppo?
Circola – e non ci dispiace affatto – la leggenda che siamo tutti ex dipendenti frustrati dell’acciaieria di Terni e che, grazie alle nostre canzoni, viviamo ormai di rendita.
In realtà, solo due o forse tre di noi hanno avuto padri che hanno lavorato nella “grande fabbrica”. Tutti gli altri, grazie alle nostre famiglie, hanno seguito percorsi di studio solidi e oggi svolgono professioni ben definite. Nel gruppo ci sono medici, ingegneri, avvocati, infermieri, agronomi, dirigenti di enti locali, veterinari, professionisti dello spettacolo e pubblici ufficiali.
Insomma, siamo riusciti a posizionarci bene nella società nonostante una cialtroneria che rivendichiamo con una certa coerenza.
Che percorsi musicali avete alle spalle?
Musicalmente parlando, abbiamo “un grande futuro dietro le spalle”. Il nostro successo nasce soprattutto dalla verve comica dei testi, dai temi trattati e dall’uso del dialetto, che ha una forza espressiva spesso più efficace dell’italiano. A questo si aggiunge una certa abilità nel costruire assonanze con le versioni originali e nel rispettare la metrica.
Per il resto, la nostra formazione musicale si basa sull’ascolto dei grandi cantautori italiani e del rock inglese e americano degli anni ’70. Ma, quanto a competenze tecniche, siamo rimasti al livello “accordi da falò sulla spiaggia”.
Proprio per questo, quando in occasione del decimo anniversario abbiamo deciso di fare un vero spettacolo dal vivo, abbiamo iniziato a collaborare con alcuni dei migliori giovani musicisti ternani.
Come definireste il vostro genere musicale e da chi siete stati influenzati?
Potremmo definirci esponenti di un “pop etnico demenziale”, radicato nella goliardia e nella tradizione dialettale italiana. Non seguiamo un genere preciso: partiamo da canzoni famose, soprattutto italiane, e ne sostituiamo i testi, creando un effetto comico immediato.
Negli anni ’90, quando abbiamo iniziato, c’era un vero boom della musica demenziale, con artisti come Skiantos, Elio e le Storie Tese, ma anche Enzo Jannacci, Cochi e Renato, Squallor, Gatti di Vicolo Miracoli e, più avanti, Lillo e Greg o Dario Vergassola.
La differenza è che loro erano musicisti eccellenti e producevano brani originali. Noi, per nostra stessa ammissione, ci siamo limitati a scrivere nuovi testi su musiche già esistenti.
E probabilmente è proprio questa semplicità a far divertire il pubblico.
Quanto conta la sperimentazione nel vostro processo creativo?
Direi che sperimentiamo soprattutto fino a che punto si possa essere musicisti mediocri e cantanti discutibili e, nonostante questo, riempire locali e piazze. Evidentemente abbiamo intercettato qualcosa di identitario nella popolazione della Conca.
Più che sperimentatori, siamo improvvisatori. Anzi, improvvisati. Saliamo sul palco spesso senza prove, contando sul fatto che i musicisti della band sono abbastanza bravi da tenerci dietro.
Quanto incide Terni – con la sua storia e il suo presente – nella vostra musica?
Terni è la nostra principale fonte di ispirazione. Anche quando trattiamo temi più generali o utilizziamo l’italiano, lo facciamo sempre con lo sguardo di chi vive qui. Una prospettiva particolare, quasi “stereoscopica”, come si direbbe oggi.
E anche, in senso più concreto, bilaterale: perché a Terni, purtroppo, “si respira spesso una brutta aria”.
Che rapporto avete con il pubblico della vostra città?
È un rapporto fatto di amore e stupore. Amore da parte loro, che continuano a seguirci in migliaia, a cantare le nostre canzoni e a chiederci i classici anche dopo anni senza produzioni nuove.
Stupore da parte nostra, perché fin dall’inizio è stato un fenomeno imprevedibile, difficile da spiegare fino in fondo. Sarebbe interessante, forse, uno studio sociologico esterno.
A livello personale, questa esperienza ci ha fatto vivere, pur senza ritorni economici, cosa significa avere un successo di massa: essere riconosciuti, fermati per strada, trattati – nel nostro piccolo – da star. E questo inevitabilmente porta a farsi qualche domanda sul rapporto tra merito e casualità.
Quanto è importante per voi la dimensione live?
È tutto. Siamo un prodotto live, anche perché con le parodie non è possibile realizzare facilmente un prodotto discografico ufficiale senza autorizzazioni. Ma soprattutto, il meglio dei nostri spettacoli non sta solo nelle canzoni: sta nelle battute improvvisate, nel gioco continuo tra di noi sul palco.
Per dirla con una citazione: non conta la dimensione live, ma come la usi.
Prossimi progetti?
Abbiamo davanti una primavera-estate piuttosto intensa, con diversi concerti già programmati a partire da maggio. Speriamo anche di riuscire a organizzare il concerto ufficiale per i nostri 30 anni, che lo scorso anno non siamo riusciti a celebrare per l’aumento improvviso delle richieste.
Se ci riusciremo, lo chiameremo: “Visto che abbiamo fatto 30, facciamo anche 31”. E poi stiamo lavorando a nuovi brani, perché l’attualità continua a offrirci moltissimi spunti.
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