Un organismo strategico guidato da Cal e Anci Umbria per coordinare l’accesso ai fondi europei. Obiettivo dichiarato: parlare con una sola voce a Bruxelles. Ma la vera partita è il controllo della programmazione.
Non è solo un progetto tecnico. È una scelta politica precisa. Con l’insediamento della cabina di regia di “Comuni in Europa 2.0”, l’Umbria prova a riorganizzare il proprio rapporto con l’Europa. Ma soprattutto ridefinisce chi decide davvero come utilizzare i fondi comunitari.
Il nuovo organismo, presieduto da Erigo Pecci (Cal Umbria), mette insieme livelli istituzionali diversi – Anci, Assemblea legislativa, Province – dentro una struttura unica che avrà durata triennale. Una cabina, appunto. E non è un caso il termine: centralizzazione delle decisioni, coordinamento delle competenze, indirizzo politico unico.
Il messaggio è chiaro. Lo esplicita senza giri di parole il presidente di Anci Umbria, Federico Gori: l’Umbria deve “parlare con una voce sola a Bruxelles”. Tradotto: basta frammentazione dei Comuni, basta progettualità isolate, basta bandi persi.
Ma qui si apre il punto critico. Perché parlare con una sola voce significa anche decidere chi quella voce la costruisce e chi resta fuori.
La cabina di regia si fonda su tre pilastri operativi: un Osservatorio permanente sulle politiche europee, un Albo regionale degli esperti e un Hub di assistenza tecnica. Strumenti che, sulla carta, servono a rafforzare le competenze dei Comuni. Nella pratica, però, rischiano di diventare anche strumenti di selezione e indirizzo politico delle progettualità.
La presidente dell’Assemblea legislativa, Sarah Bistocchi, lo dice in modo molto diretto: i dati raccolti diventeranno base per l’attività legislativa. Questo passaggio è decisivo. Significa che il progetto non si limita a supportare i Comuni, ma punta a influenzare la produzione normativa regionale.
Siamo quindi davanti a un cambio di scala: dalla gestione tecnica dei fondi alla costruzione di una infrastruttura politico-istituzionale stabile tra Regione, autonomie locali e rappresentanza dei Comuni.
Il rischio? Che tutto resti dentro una governance formalmente efficiente ma poco permeabile ai territori reali, soprattutto ai più piccoli, quelli che teoricamente il progetto dovrebbe aiutare di più.
Il passaggio sul Gruppo di lavoro tecnico-scientifico (Glt) è emblematico: massimo otto componenti, selezionati tra figure con esperienza su fondi europei e PNRR. Un’élite tecnica, necessaria certo, ma che potrebbe accentuare il divario tra Comuni strutturati e Comuni marginali.
Eppure la sfida è proprio lì.
Perché la nuova programmazione europea 2028-2034 sarà decisiva per territori come l’Umbria. E senza capacità progettuale diffusa, senza vera integrazione tra pubblico e sistema economico, il rischio non è solo perdere risorse: è restare fuori dalle traiettorie di sviluppo europee.
“Comuni in Europa 2.0” prova a rispondere a questo problema. Ma lo fa scegliendo una strada precisa: meno autonomia locale, più regia centrale.
Funzionerà? Dipenderà da una cosa sola: se questa cabina sarà uno strumento di servizio ai territori o l’ennesimo livello di controllo politico sulle opportunità europee.
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