Michele Carloni (CNA Umbria): “L’export si conferma un traino fondamentale per la crescita della manifattura umbra”. Ma tra dazi Usa, guerre e instabilità globale cresce la preoccupazione per il prossimo anno
L’Umbria esporta più di quanto spesso racconti sé stessa.
Dietro la narrazione di una regione concentrata su turismo e attrattività territoriale, continua a essere la manifattura a sostenere la competitività economica internazionale del territorio. E i numeri presentati da CNA Umbria insieme al centro studi Sintesi mostrano un sistema produttivo che negli ultimi dieci anni ha saputo crescere oltre la media nazionale.
“L’export si conferma un traino fondamentale per la crescita della manifattura umbra. Lo dimostrano i dati degli ultimi dieci anni e, nonostante i dazi Usa, anche quelli del 2025, sia pure con alcune eccezioni importanti”, ha dichiarato il presidente di CNA Umbria Michele Carloni presentando il nuovo report sull’internazionalizzazione delle imprese umbre.
Tra il 2015 e il 2025 le esportazioni regionali sono cresciute del 59%, contro il +56% registrato a livello nazionale. Una crescita superiore persino all’aumento dei prezzi registrato nello stesso periodo (+24%), segnale di una capacità reale delle imprese umbre di conquistare quote di mercato internazionali.
A trainare l’export regionale sono stati soprattutto i comparti storici del made in Italy manifatturiero: agroalimentare (+113%), moda (+86%), mezzi di trasporto (+77%) e produzione di macchinari (+56%).
Anche metallurgia e chimica, nonostante le difficoltà dell’ultimo anno, mantengono sul decennio dati positivi: rispettivamente +53% e +20%.
Ma proprio il 2025 rappresenta il primo vero campanello d’allarme. La crescita complessiva dell’export umbro si è fermata a un modesto +0,5%, mentre metallurgia e chimica hanno subito un calo complessivo del 6,3%.
Secondo Carloni, le cause non sono soltanto economiche ma soprattutto geopolitiche.
“L’export dei prodotti made in Italy realizzati in Umbria è cresciuto anche nel 2025 (+0,5%) nonostante l’entrata in vigore dei dazi sui prodotti esteri decisi dall’amministrazione Trump e le incertezze derivanti dall’altalena di dichiarazioni del presidente statunitense. Che però hanno avuto un effetto consistente sulla metallurgia e sulla chimica umbre”, ha spiegato.
Ma è soprattutto il 2026 a preoccupare il sistema produttivo regionale.
“Sono soprattutto i conflitti in corso, a cominciare da quello in Medio Oriente che mette a rischio l’autonomia energetica e la libera circolazione delle navi commerciali, a gettare un’ombra sinistra sull’export 2026, con un calo previsto di almeno l’1%”, ha aggiunto Carloni.
L’indagine mette in evidenza anche un altro dato significativo: l’Umbria resta ancora una regione relativamente poco internazionalizzata rispetto agli standard italiani. L’indice di apertura commerciale — calcolato come rapporto tra export-import e Pil regionale — si ferma infatti al 37%, contro una media nazionale del 53%.
“Volendo leggerlo con una lente positiva significa che l’Umbria è meno esposta di altre regioni alle turbolenze internazionali. Ma significa pure che la strada da fare per raggiungere i livelli di export degli altri territori è ancora molto lunga”, ha osservato il presidente di CNA Umbria.
Dietro i numeri emerge anche una trasformazione strutturale del tessuto produttivo regionale. Negli ultimi dieci anni il numero delle imprese esportatrici umbre è diminuito del 3%, fermandosi oggi a 2.532 operatori. Ma il valore medio delle esportazioni è aumentato del 68%.
Tradotto: esportano meno imprese, ma quelle rimaste sono più grandi, più strutturate e molto più capaci di presidiare i mercati internazionali.
Nel 2025 l’Umbria ha esportato beni e servizi per 5,8 miliardi di euro. Il 57,6% resta diretto verso l’Unione Europea, mentre il 42,4% raggiunge mercati extra UE come Stati Uniti, Cina e Regno Unito. La Germania continua a essere il primo partner commerciale dell’Umbria (15,2%), seguita dagli Stati Uniti (12,7%), dalla Francia (9,4%) e dalla Spagna (7,7%).
Ed è proprio la crescita verso i mercati esteri a raccontare la vera evoluzione della manifattura regionale. Tra il 2015 e il 2025 l’export verso gli Stati Uniti è aumentato del 96%, mentre in Europa la Spagna ha registrato il balzo più consistente (+170%).
Ancora più impressionanti i dati relativi ad alcuni mercati emergenti: Emirati Arabi (+248%), Canada (+187%), Corea del Sud (+115%) e Taiwan (+365%).
“Oggi, per motivi tra loro diversi, potrebbero andare in difficoltà le esportazioni verso gli Emirati Arabi, che oggi ammontano a 97 milioni di euro, e verso gli Usa”, ha avvertito Carloni.
Per questo CNA Umbria insiste sulla necessità di aprire nuovi corridoi commerciali e rafforzare le politiche regionali sull’internazionalizzazione.
“È fondamentale mettere in piedi un progetto regionale per rafforzare l’export umbro, condiviso tra istituzioni, associazioni di categoria e imprese”, ha spiegato il presidente dell’associazione.
Tra i mercati considerati strategici figurano Giappone, Canada, Corea del Sud, India, Australia, America Latina e Africa orientale.
“Australia e alcuni altri mercati, per il nostro sistema imprenditoriale, sono ancora terreni quasi vergini e quindi ad alto potenziale di crescita”, ha sottolineato Carloni.
Non è casuale quindi che CNA Umbria abbia scelto proprio il Giappone come primo focus della nuova strategia di internazionalizzazione, attraverso la country presentation organizzata insieme a Regione Umbria, Camera di Commercio e ICE Tokio.
“Va esattamente in questa direzione la country presentation dedicata al Giappone, alla quale si sono iscritte moltissime imprese. A questa ne seguiranno altre, già in preparazione”, ha concluso Carloni, rilanciando anche la richiesta alla Regione di accelerare sul bando Fiere 2026.
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