Dalla testimonianza di Renato Brunetta alla nuova Giornata nazionale contro il body shaming: il confine sempre più sottile tra ironia, violenza psicologica e cultura dell’umiliazione.
Ci sono parole che restano addosso più di uno schiaffo. Frasi dette magari ridendo, davanti a una classe, a una tavola, in televisione o sotto una fotografia pubblicata sui social. “Sei troppo grassa”, “sei troppo basso”, “ma ti sei vista?”, “con quella faccia…”. Per anni abbiamo archiviato tutto questo sotto la voce ironia, carattere, sarcasmo, perfino sincerità. In realtà era violenza. Una violenza silenziosa, quotidiana, capace di cambiare il modo in cui una persona si guarda allo specchio e si sente nel mondo.
Il body shaming non nasce oggi. Ma oggi è diventato sistemico. Permanente. Pubblico. E soprattutto normalizzato.C’è una forma di violenza che per troppo tempo abbiamo considerato normale. Una violenza che non lascia lividi visibili ma scava lentamente dentro le persone, modifica il modo di guardarsi allo specchio, altera la percezione di sé, distrugge autostima, relazioni, identità. Il body shaming non è una battuta. Non è ironia. Non è satira. È potere esercitato attraverso l’umiliazione.
La Giornata nazionale contro la denigrazione dell’aspetto fisico del 16 maggio arriva tardi, ma arriva in un momento necessario. Perché negli ultimi anni la società digitale ha trasformato il giudizio sul corpo in un rito collettivo permanente. Siamo passati dalla critica all’esibizione pubblica della crudeltà. E il punto più inquietante è che spesso non ce ne rendiamo nemmeno più conto.
L’editoriale di Renato Brunetta pubblicato sul Corriere della Sera ha avuto il merito raro di rompere un tabù maschile e politico: ammettere il dolore. Raccontare cosa significhi essere ridotti per anni a una caricatura fisica. “Tappo”, “nano”, bersaglio di vignette, allusioni, sarcasmi. E qui il punto non è Brunetta. Il punto è che perfino chi ha potere, carriera, riconoscibilità pubblica, continua a portarsi addosso le ferite dell’umiliazione subita da bambino.
Questo dovrebbe farci riflettere enormemente. Perché se il dolore resta in chi ha strumenti culturali e sociali per difendersi, possiamo solo immaginare cosa produca in un adolescente fragile, in una ragazza che cresce sui social, in un ragazzo che si sente “sbagliato”, in chi vive una disabilità, un disturbo alimentare, una caratteristica fisica fuori dagli standard estetici dominanti.
Abbiamo costruito una società ossessionata dall’immagine e contemporaneamente incapace di sostenere la fragilità umana. È questo il vero paradosso.
I social network hanno industrializzato il giudizio. Un tempo l’offesa restava confinata in un gruppo ristretto; oggi diventa spettacolo pubblico, accumulo di commenti, derisione seriale, viralità della cattiveria.
E non riguarda soltanto i giovani. Riguarda la politica, il giornalismo, la televisione, perfino il dibattito culturale.
Brunetta tocca un nervo scoperto quando accusa una parte del giornalismo e della satira di travestire la violenza da intelligenza. Ha ragione. Esiste un’élite comunicativa convinta che l’umiliazione fisica sia legittima se rivolta al “bersaglio giusto”. È un meccanismo pericoloso, perché introduce una gerarchia morale della dignità: alcuni corpi meritano rispetto, altri possono essere ridicolizzati.
Ma la civiltà non funziona così.
La libertà di critica è sacra. La libertà di umiliare no. Confondere le due cose significa degradare il dibattito pubblico e trasformare la comunicazione in una forma sofisticata di bullismo collettivo.
E qui c’è un altro elemento che andrebbe detto con chiarezza: il body shaming è anche una gigantesca questione culturale ed economica. Perché attorno all’insicurezza fisica prosperano industrie intere. Algoritmi, filtri, estetiche artificiali, perfezione digitale, chirurgia normalizzata, mercificazione dell’autostima. Più una persona si sente inadeguata, più diventa consumatore perfetto. Il corpo insicuro produce mercato.
Per questo la battaglia contro il body shaming non può ridursi a una campagna di buoni sentimenti. Deve diventare educazione emotiva, responsabilità linguistica, cultura della misura. Deve entrare nelle scuole, nelle famiglie, nei media. E soprattutto dovrebbe insegnare una cosa semplice che oggi sembra rivoluzionaria: il valore di una persona non coincide con la sua immagine.
Perché una società che trasforma il corpo in bersaglio permanente non è moderna. È soltanto più crudele.
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