Le donne della CGIL attaccano la scelta della giunta Bandecchi di esternalizzare Peter Pan e il nuovo nido di via Cadore. Sullo sfondo non c’è solo una questione amministrativa, ma il modello stesso di welfare educativo che la città vuole costruire.
A Terni la questione degli asili nido comunali sta rapidamente assumendo un peso che va oltre il semplice dibattito tecnico sulla gestione dei servizi. La scelta della giunta guidata da Stefano Bandecchi di affidare in concessione per tre anni la gestione del nido Peter Pan di via Rosselli e della nuova struttura aziendale di via Cadore ha aperto infatti uno scontro che tocca temi profondi: il ruolo del pubblico, il futuro del welfare locale, il lavoro educativo e persino l’identità storica della città.
La delibera comunale, approvata ad aprile ma non ancora operativa, motiva la decisione con l’impossibilità, da parte del Comune, di garantire il servizio attraverso il personale interno disponibile. Una scelta che però sindacati e opposizione leggono in maniera completamente diversa: non una necessità inevitabile, ma una precisa strategia politica di esternalizzazione.
Il Coordinamento Donne della CGIL parla apertamente di “emergenza creata artificialmente”, sostenendo che l’amministrazione avrebbe potuto procedere ad assunzioni utilizzando la graduatoria ancora aperta per il personale educativo. Secondo il sindacato, la cronica carenza di organico sarebbe stata lasciata aggravarsi fino a diventare la giustificazione perfetta per affidare i servizi al privato.
Ma il punto centrale della polemica non riguarda soltanto il numero degli educatori. Il nodo vero è culturale.
La fine di un modello educativo pubblico?
Per decenni Terni è stata considerata una realtà avanzata nel settore dei servizi per la prima infanzia. La rete dei nidi comunali non era soltanto un servizio assistenziale, ma un laboratorio pedagogico riconosciuto, costruito attraverso professionalità pubbliche, continuità educativa e formazione interna.
Ed è proprio questo patrimonio che, secondo CGIL e Giovani Democratici, rischia oggi di andare disperso.
Il sindacato parla della perdita di “un sapere prezioso tramandato nell’avvicendamento delle diverse generazioni di educatrici” e della progressiva demolizione di quella “cultura istituzionale della prima infanzia” che per anni ha rappresentato un fiore all’occhiello cittadino.
Non è una posizione nostalgica. Dietro la protesta c’è un interrogativo concreto: un servizio educativo gestito attraverso concessioni triennali può davvero garantire la stessa continuità pedagogica, la stessa stabilità professionale e la stessa capacità progettuale di una gestione pubblica diretta?
È una domanda che riguarda Terni, ma anche molte altre città italiane.
Negli ultimi anni i Comuni si sono trovati schiacciati tra vincoli di bilancio, carenze di personale e aumento della domanda sociale. L’esternalizzazione dei servizi educativi è diventata spesso la soluzione più rapida per aprire nuove strutture o mantenere attivi servizi già esistenti. Tuttavia questa strada, se da un lato consente maggiore flessibilità amministrativa, dall’altro rischia di trasformare il welfare educativo in un sistema sempre più frammentato e precario.
Il paradosso del PNRR
La vicenda ternana contiene poi un elemento politico particolarmente delicato: i nidi interessati sono stati realizzati o ristrutturati grazie a fondi pubblici del PNRR e del Piano Periferie.
Ed è proprio qui che si concentra una delle contestazioni più dure mosse dal Coordinamento Donne CGIL: “si utilizzano risorse pubbliche per la ristrutturazione e poi si offre la gestione ai privati”.
Una critica che intercetta un dibattito nazionale molto più ampio. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha destinato miliardi di euro all’incremento dei posti nei nidi, ma in molte realtà locali il vero problema non è costruire le strutture: è trovare personale stabile per farle funzionare.
In altre parole, il rischio è quello di inaugurare edifici nuovi senza avere un modello sostenibile di gestione pubblica.
Ed è qui che emerge il paradosso italiano: si investe sull’infrastruttura, ma molto meno sulla capacità amministrativa e occupazionale necessaria per mantenerla nel tempo.
Il nodo sociale: chi può permettersi il nido?
Dietro lo scontro politico c’è anche una questione sociale enorme, spesso sottovalutata.
A Terni, come in gran parte d’Italia, l’offerta pubblica per la prima infanzia resta insufficiente rispetto alla domanda reale. Questo significa che molte famiglie sono costrette a rivolgersi al privato, affrontando rette che in numerosi casi diventano economicamente pesanti.
La conseguenza è evidente: il nido rischia di trasformarsi da diritto educativo a servizio selettivo.
Ed è un problema che incide direttamente sul lavoro femminile, sulla natalità e sulla tenuta sociale delle famiglie. Quando mancano servizi pubblici accessibili, il prezzo lo pagano soprattutto le donne, spesso costrette a ridurre o abbandonare il lavoro per occuparsi dei figli.
Per questo il dibattito sui nidi non può essere liquidato come una disputa ideologica tra pubblico e privato. È una questione che riguarda il modello di città e la qualità della vita.
L’attacco politico dei Giovani Democratici
Durissima anche la posizione dei Giovani Democratici di Terni, che collegano la scelta dell’amministrazione Bandecchi a una tendenza nazionale di progressiva privatizzazione dei servizi educativi.
Secondo il segretario Francesco Buzzao, esternalizzare l’educazione significa “ipotecare il futuro del Paese al privato”. Il riferimento politico è diretto anche al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara e a una visione dello Stato che, secondo i GD, starebbe progressivamente arretrando sul terreno dell’istruzione pubblica.
Anche qui, però, il punto centrale resta pragmatico: perché non assumere dalle graduatorie esistenti invece di affidare il servizio all’esterno?
È la domanda alla quale l’amministrazione dovrà probabilmente rispondere in maniera più dettagliata nelle prossime settimane.
Una scelta che pesa sul futuro della città
La sensazione è che la vicenda dei nidi comunali rappresenti qualcosa di più di un semplice confronto amministrativo. Terni si trova davanti a una scelta di impostazione politica: considerare i servizi educativi come un settore strategico su cui investire direttamente oppure come un ambito da gestire attraverso partnership e concessioni.
Il problema è che sui servizi per la prima infanzia gli effetti delle decisioni non si misurano nell’arco di una legislatura, ma nel lungo periodo. Perché i nidi non sono soltanto luoghi dove “si tengono i bambini”: sono il primo presidio educativo, sociale e persino democratico di una comunità.
Ed è probabilmente questo il vero motivo per cui il tema sta generando una tensione così forte in città.
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