
Michele Carloni, Presidente CNA Umbria
La CNA lancia l’allarme: il Pil regionale rischia di fermarsi a un modesto +0,2%. Turismo e occupazione tengono, ma non bastano a sostenere il sistema economico. Servono investimenti, infrastrutture e una strategia industriale di lungo periodo.
L’economia umbra continua a crescere, ma sempre più lentamente. E il rischio concreto è che il 2026 si trasformi nell’anno della stagnazione. È quanto emerge dalnuovo quadro economico elaborato dal centro studi Sintesi per CNA Umbria(qui puoi scaricare il report)che fotografa una regione alle prese conuna crescita del Pil prevista allo 0,2%, la metà della media nazionale.
Un dato che preoccupa gli imprenditori umbri e che conferma una tendenza già evidente negli ultimi mesi: il rallentamento progressivo dell’economia regionale. Dopo il +0,8% del 2024 e il +0,3% del 2025, l’Umbria si avvia verso una crescita quasi impercettibile, frenata dalla debolezza dei consumi, dalla contrazione dell’export e dalla riduzione del numero di imprese attive.
“Se l’Italia è il Paese con i peggiori tassi di crescita dell’Unione Europea, per l’Umbria va ancora peggio”, osserva il presidente regionale della CNA Michele Carloni, sottolineando come la previsione iniziale di crescita dello 0,7% per il 2026 appaia ormai irrealistica.
Turismo in crescita, ma non basta a trainare l’economia
Uno degli aspetti più positivi evidenziati dal rapporto riguardail turismo. Nel 2025 l’Umbria ha registrato 7,9 milioni di presenze, in crescita del 17,6% rispetto all’anno precedente e del 34,9% rispetto al periodo pre-pandemico. A spingere il settore sono soprattutto i visitatori stranieri, aumentati del 31,3% in un solo anno.
Numeri importanti che confermano l’attrattività della regione, ma che secondo CNA non sono sufficienti a sostenere da soli la crescita complessiva.
“La verità – sottolinea Carloni – è che il turismo non può essere l’unico motore dello sviluppo regionale. Servono politiche industriali capaci di rilanciare manifattura e costruzioni, i comparti che producono valore aggiunto e occupazione stabile”.
Imprese in diminuzione e artigianato in sofferenza
Uno dei segnali più preoccupanti riguarda il tessuto produttivo regionale.
A marzo 2026 le imprese attive in Umbria sono 77.589, il 2,8% in meno rispetto al 2019. Ancora peggiore il dato dell’artigianato, che registra una diminuzione del 5,8% nello stesso periodo, con appena 19.204 aziende attive.
I settori che soffrono maggiormente sono commercio, manifattura e agricoltura, mentre crescono i servizi innovativi, quelli tradizionali e il comparto ricettivo. Si delinea così una trasformazione strutturale dell’economia regionale che vede arretrare le attività produttive tradizionali e avanzare il settore dei servizi.
Un cambiamento che rischia però di indebolire la capacità competitiva dell’Umbria se non accompagnato da investimenti in innovazione e produttività.
Export in frenata e in controtendenza rispetto all’Italia
A pesare sulle prospettive regionali è ancheil rallentamento delle esportazioni.
Nel 2025 l’export umbro ha registrato una flessione dell’1%, mentre a livello nazionale si è registrato un incremento del 3%.Anche per il 2026 le previsioni indicano un ulteriore calo dell’1%, aggravato dalle tensioni geopolitiche e commerciali internazionali.
Tra i comparti che resistono figurano sistema moda, agroalimentare e carta-stampa, mentre risultano in difficoltà metallurgia e macchinari, storicamente tra i pilastri dell’industria regionale.
La stretta del credito colpisce le piccole imprese
Altro elemento critico è il rapporto tra sistema bancario e imprese.
Nel corso del 2025 i prestiti alle aziende umbre sono diminuiti del 3,3%, ma a soffrire maggiormente sono le piccole imprese, che hanno visto ridursi il credito disponibile del 6,9% in un anno e addirittura del 30,9% rispetto al periodo pre-Covid. Oggi alle micro e piccole imprese arriva appena il 18% dei finanziamenti complessivi concessi al sistema produttivo regionale.
Un dato che rischia di compromettere investimenti, innovazione e competitività proprio per quella fascia di aziende che rappresenta l’ossatura dell’economia umbra.
Occupazione stabile, ma le prospettive restano fragili
L’unico indicatore che continua a fornire segnali positivi è quello dell’occupazione.
Rispetto al 2019 gli occupati in Umbria sono aumentati di oltre 19.500 unità, con una crescita particolarmente significativa nelle costruzioni e nell’industria manifatturiera. Per il 2026 è prevista una sostanziale stabilità (+0,1%).
Tuttavia la stessa CNA avverte che il rallentamento previsto nel settore delle costruzioni potrebbe produrre effetti negativi già a partire dal 2027.
La sfida dell’attrattività
Il quadro che emerge dal rapporto è quello di una regione che continua a mostrare elementi di vitalità, ma che fatica a trasformarli in crescita economica robusta.
Turismo e occupazione tengono, mail rallentamento del Pil, la diminuzione delle imprese, il calo dell’export e la difficoltà di accesso al credito rappresentano segnali che non possono essere ignorati.
Per CNA la strada passa da una strategia di lungo periodo capace di sostenere investimenti, innovazione, internazionalizzazione e infrastrutture.
La domanda posta dagli imprenditori umbri è semplice ma decisiva:come può una regione diventare più attrattiva se continua a perdere imprese, vede restringersi il credito e sconta ancora carenze infrastrutturali che la rendono meno competitiva rispetto ad altri territori?
È da questa domanda che, probabilmente, dovrà partire il dibattito sul futuro economico dell’Umbria.
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