
Dal primo incontro negli anni Sessanta fino all’amicizia degli ultimi anni, il ritratto di un uomo che ha cambiato il destino di Gibellina. Un ricordo personale che diventa riflessione sul valore della cultura come strumento di rinascita e sulla grande eredità lasciata da uno dei protagonisti più illuminati del Novecento siciliano.
Lo vidi per la prima volta a Giarre, durante un comizio, nei primissimi anni Sessanta, precisamente nel 1960, portato da un mio cugino monarchico a un meeting della tramontante maggioranza milazziana alla Regione Siciliana. Lo presentava l’onorevole Enzo Marraro, comunista. Chiaramente, vista la mia età, non capii molto di quello che accadeva, ma mi colpì molto una cosa che poi, durante il viaggio verso Catania, mi spiegò questo mio cugino Turuzzo, che aveva la stessa età di mia madre (perché tutti i miei cugini di parte materna avevano poco più di lei, che era la loro zia, nata da un padre ultraottantenne, e che nessuno chiamava zia, ma tutti per nome, Clementina, mentre lei a molti dei suoi nipoti dava dello zio e della zia).
Ludovico Corrao, che io chiamo semplicemente Ludovico, nonostante la sua autorevolezza regale, perché negli ultimi anni della sua vita, prima della tragica morte avvenuta per un assassinio “rituale” nel 2011, diventammo molto amici, frequentandoci con grande familiarità. Durante un comizio d’antan, fece un elogio di Mario Scelba, anch’egli di Caltagirone, come Milazzo, e allora la piazza, dominata dai comunisti che gridavano affettuosamente, improvvisamente si gelò d’imbarazzo, un imbarazzo che colpì tutti, fino a quando l’onorevole Marraro, da vero capo politico, con un gesto molto teatrale, cominciò a scandire un applauso cadenzato e coinvolgente che contagiò tutti… e altro non ricordo.
Lo rividi, appunto, in fase di Gibellina Nuova, ma non subito. Quando l’Orestea di Emilio Isgrò aveva fatto nascere il nome della Fondazione Orestiadi, Consagra aveva già realizzato la sua stella gigante, Quaroni aveva già costruito la sua grande cupola a palla, le Case Di Stefano erano diventate il Museo delle Trame Mediterranee, e Mimmo Paladino aveva decorato con cavalli “troiani” la montagna di sale che troneggia davanti al Telamone di Enzo Cucchi, a cui si sono aggiunti tanti altri, da Alessandro Mendini a Carmelo Cappello, da Alfredo Romano a Richard Long.
Insomma, un’impresa quella di Ludovico Corrao, da vero principe moderno, con l’intento non solo di fare, ma di fare grande, riprendendo dalla tradizione di fondare città (e non una semplice ricostruzione post-terremoto) una città di architetture, di urbanistica, di maestosi monumenti, di musei, di cui tutta Gibellina è piena. Cito ancora Schiavocampo, Simeti, Pomodoro. Ludovico Corrao non ha pensato solo al presente e al futuro, ma anche al momento della memoria della Gibellina, paesino arroccato nel Belice, a cui si poteva dedicare una stele ricordo che sarebbe stata una delle tante, anonime e abbandonate, chiamando invece Alberto Burri a realizzare la grande “piramide” del nostro tempo.
Il Grande Cretto, che si rivolge a tutti gli azimuth, assumendo un passato di tragedia per sfidare grandiosamente secoli e millenni, brillando. Un Lorenzo de’ Medici (scusate l’enfasi) sarebbe sicuramente felice di un Ludovico Corrao e di vedere nella Sicilia che non ha partecipato a tanti secoli di storia, per l’atrofia diAkragas, di Empedocle, diventata una “misera” Girgenti, di Ghela di Archestrato, scomparsa per secoli, della Pentapoli Siracusa di Archimede, diventata un folcloristico Scogghiu, oppure Ortigia, di Euna, patria di Diodoro Siculo, tornare a ingranare una marcia in più, intonare una nuova era federiciana, in cui sia i Serpotta che i Gagini possano lavorare, oltre che in gesso, in bronzo riacese e in marmo anadiomene.
Non c’è dubbio che Ludovico sia, tra i viali parnassiani e degli olimpici, a braccetto con le Muse.

Scopri di più da UMBRIAreport
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.








