
Le organizzazioni di Umbria, Abruzzo, Lazio e Marche lanciano un allarme congiunto: le quotazioni restano inferiori ai costi di produzione e la Commissione Unica Nazionale non può risolvere una crisi strutturale. Al centro del dibattito il nodo della redisuzione del valore lungo la filiera, tra agricoltori, stoccatori, industria e grande distribuzione.
Il problema non è il raccolto. Il problema è il prezzo.
La campagna del grano duro 2026 si apre con produzioni complessivamente soddisfacenti sotto il profilo qualitativo in molte aree del Centro Italia, ma con un mercato che continua a non riconoscere agli agricoltori un valore sufficiente a coprire i costi sostenuti. È questo il messaggio, netto e senza sfumature, lanciato da Confagricoltura Umbria insieme alle federazioni regionali di Abruzzo, Lazio e Marche, che hanno scelto di presentarsi con una posizione unitaria davanti a quella che definiscono una vera emergenza economica.
L’allarme riguarda uno dei comparti più strategici dell’agricoltura italiana. Il grano duro rappresenta infatti la materia prima della pasta, uno dei simboli del Made in Italy agroalimentare, ma il valore generato lungo la filiera continua a distribuirsi in maniera profondamente squilibrata.
Il paradosso della pasta italiana
È proprio questo il punto su cui insiste Confagricoltura.
Mentre il consumatore continua a trovare sugli scaffali confezioni di pasta con prezzi che negli ultimi anni sono aumentati sensibilmente, il valore riconosciuto alla materia prima resta fermo su livelli che non consentono alle imprese agricole di produrre reddito.
Le ultime rilevazioni della Commissione Unica Nazionale confermano quotazioni del grano duro sostanzialmente stabili, ma ancora distanti dai costi medi di produzione stimati da Ismea. In diversi mercati i prezzi oscillano intorno ai 257-265 euro a tonnellata, mentre i costi medi risultano superiori ai 300 euro a tonnellata.
Tradotto in termini economici significa che molte aziende lavorano in perdita.
La CUN non è il problema
Una parte importante del comunicato è dedicata alla Commissione Unica Nazionale del grano duro, istituita con l’obiettivo di rendere più trasparente la formazione dei prezzi.
Confagricoltura prende una posizione molto chiara.
Secondo le organizzazioni agricole, nei mesi scorsi si è attribuito alla CUN un ruolo che non le appartiene. La Commissione non stabilisce i prezzi e non può garantire remunerazioni agli agricoltori. Il suo compito è esclusivamente quello di registrare l’andamento del mercato attraverso il confronto tra i diversi soggetti della filiera.
In altre parole, la CUN fotografa la crisi ma non possiede gli strumenti per risolverla.
Una precisazione tutt’altro che secondaria, perché negli ultimi mesi molti operatori avevano riposto nella nuova Commissione aspettative elevate, oggi inevitabilmente deluse.
La vera emergenza è politica
Il giudizio espresso da Confagricoltura va oltre l’analisi delle quotazioni.
Per le quattro organizzazioni regionali manca ormai da anni una politica industriale dedicata alla cerealicoltura italiana.
Secondo gli agricoltori, gli interventi degli ultimi anni si sono limitati a contributi temporanei o misure emergenziali, incapaci però di affrontare le cause strutturali della perdita di competitività.
Il rischio è evidente: se coltivare grano continua a non essere economicamente sostenibile, molte aziende potrebbero progressivamente ridurre le superfici o abbandonare completamente la coltivazione.
Uno scenario che avrebbe ripercussioni non soltanto economiche ma anche ambientali e paesaggistiche, soprattutto nelle aree interne dell’Umbria e dell’Appennino centrale, dove la cerealicoltura rappresenta una componente fondamentale del presidio del territorio.
Il nodo dello stoccaggio e della forza contrattuale
Tra le proposte avanzate emerge un tema spesso trascurato nel dibattito pubblico: la debolezza contrattuale del produttore agricolo.
Confagricoltura individua nella crescita delle Organizzazioni di Produttori, delle cooperative e dei contratti di filiera uno degli strumenti principali per riequilibrare il mercato.
Aggregare l’offerta significa poter programmare le produzioni, migliorare lo stoccaggio, negoziare condizioni commerciali migliori e limitare gli effetti della volatilità dei mercati internazionali.
Un ruolo importante, secondo l’organizzazione, dovrebbe essere riconosciuto anche agli operatori dello stoccaggio, esclusi dall’attuale composizione della Commissione Unica Nazionale ma considerati un anello essenziale della filiera.
Una crisi che attraversa tutta l’Italia cerealicola
Le preoccupazioni espresse dalle quattro regioni del Centro Italia trovano riscontro anche in altre aree del Paese.
Nelle scorse settimane, ad esempio, Confagricoltura Sardegna aveva denunciato quotazioni intorno ai 27 euro al quintale, anch’esse inferiori ai costi di produzione, parlando di una delle campagne più difficili degli ultimi anni.
Un elemento che conferma come il problema non sia locale, ma nazionale, aggravato dalla crescente concorrenza internazionale, dall’aumento dei costi energetici, delle sementi, dei fertilizzanti e della logistica.
L’analisi
Il comunicato di Confagricoltura contiene anche un messaggio politico che va oltre la contingenza della campagna 2026.
Il settore agricolo chiede infatti di passare dalla gestione dell’emergenza alla costruzione di una vera politica di filiera. Il tema non riguarda soltanto quanto viene pagato il grano, ma come il valore venga distribuito lungo il percorso che porta dal campo allo scaffale del supermercato.
Se questo equilibrio continuerà a sbilanciarsi verso trasformazione e distribuzione, il rischio concreto è che l’Italia, pur rimanendo uno dei maggiori produttori mondiali di pasta, perda progressivamente la propria capacità di produrne la materia prima.
Per un Paese che ha costruito parte della propria identità agroalimentare proprio sul grano duro, sarebbe un paradosso difficilmente sostenibile.
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