
La città raggiunge percentuali elevate di raccolta differenziata, ma il Pef 2026-2029 indica ricavi nulli dalla vendita di materiali ed energia sul mercato libero. Amelia e San Gemini mostrano scenari differenti. Mentre torna lo scontro su inceneritore e termovalorizzatore, resta una domanda politica: quale modello industriale vuole costruire Terni per chiudere davvero il ciclo dei rifiuti?
C’è un numero che, più di molti comunicati e dichiarazioni politiche, racconta il problema dei rifiuti a Terni:78 per cento.
È la percentuale di raccolta differenziata raggiunta dalla città. Un risultato che, letto isolatamente, potrebbe essere presentato come un successo. Poi però c’è un altro numero:zero. Sono i ricavi previsti dalla vendita dei materiali recuperati sul mercato libero.
Ed è precisamente nello spazio fra questi due numeri che dovrebbe entrare la politica.
Perché il problema di Terni non sembra più essere soltanto quanto differenziare, macome differenziare, quanto vale ciò che viene raccolto e quale filiera industriale costruire intorno ai rifiuti.
Il Piano economico finanziario 2026-2029 fotografa una città che produce ogni anno 51.742 tonnellate di raccolta differenziata e mantiene una percentuale del 78%, ma non genera ricavi dalla vendita sul mercato libero. La valorizzazione economica passa invece attraverso i sistemi collettivi di compliance, dai quali nel 2026 sono previsti 1.239.040 euro.
E qui comincia una questione che non è più soltanto tecnica.
Amelia e San Gemini dimostrano che un’altra strada esiste
Il confronto territoriale è probabilmente l’aspetto più interessante.
Narni presenta una situazione simile a quella ternana, affidandosi ai consorzi. Ma Amelia e San Gemini mostrano un modello differente.
Amelia, con una raccolta differenziata del 75%, ottiene 107.340 euro dal mercato libero, oltre ai corrispettivi dei consorzi. San Gemini, con il 74%, ricava 43.411 euro dalla vendita diretta dei materiali e 21.740 euro dai sistemi di compliance.
Sono comuni molto più piccoli e sarebbe metodologicamente sbagliato trasferire automaticamente il loro modello a Terni. Ma proprio per questo il confronto dovrebbe diventare materia di approfondimento politico.
PerchéTerni differenzia percentualmente più di Amelia e San Gemini, ma non vende nulla sul mercato libero?
È una domanda semplice alla quale amministrazione, gestore e Auri dovrebbero dare una risposta altrettanto comprensibile.
Non basta infatti rivendicare la percentuale di raccolta differenziata se il materiale raccolto non raggiunge una qualità tale da consentirne una valorizzazione economica più efficace.
Il costo che dovrebbe preoccupare la politica
C’è poi un secondo dato.
Nel 2026 il costo della raccolta e del trasporto delle frazioni differenziate a Terni arriva a8.175.933 euro, mentre i ricavi dei sistemi collettivi sono pari a poco più di 1,2 milioni.
Il Pef registra inoltre uno 0% nel valore di partenza dell’indicatore H relativo alla copertura dei costi efficienti della raccolta differenziata.
Amelia parte dal 25,3%, San Gemini dal 26,5% e Narni dal 22,9%.
Naturalmente realtà territoriali differenti non possono essere confrontate con una semplice proporzione matematica. Ma politicamente il dato pone un problema:quanto è efficiente il sistema ternano e quanto potrebbe diventarlo?
Perché ogni inefficienza della filiera, alla fine, rischia di trasformarsi in un costo sostenuto dalla collettività.
Il meccanismo dello sharing consente già di trasferire parte dei ricavi agli utenti: nel 2026 circa 787 mila euro vengono sottratti ai costi variabili del servizio. Ma proprio questo dimostra che aumentare il valore economico dei materiali recuperati non è una discussione astratta: può avere conseguenze sulla tariffa pagata dai cittadini.
Il dibattito sull’inceneritore rischia di partire dalla fine
Ed è qui che la vicenda assume un significato ancora più politico.
A Terni il confronto sui rifiuti continua infatti a ruotare intorno a parole ormai diventate identitarie: termovalorizzatore, inceneritore, discarica, chiusura del ciclo.
Sono questioni reali e sarebbe sbagliato eluderle.
Ma c’è il rischio dicominciare la discussione dalla fine del ciclo anziché dall’inizio.
Prima di stabilire quale impianto debba occuparsi del residuo sarebbe utile capire quanto di quel residuo possa essere evitato; prima di discutere quanto rifiuto trasformare in energia, bisognerebbe sapere quanto materiale possa essere recuperato meglio; prima di progettare nuovi impianti, occorrerebbe valutare perché la differenziata ternana non intercetti il mercato privato come accade altrove.
È una distinzione fondamentale.
Perché una moderna politica dei rifiuti non dovrebbe scegliere ideologicamente tra “bruciare” e “non bruciare”. Dovrebbe innanzitutto stabilirequale materia recuperare, quale trasformare, quale valorizzare energeticamente e quale residuo rimane inevitabilmente da smaltire.
Solo dopo viene la scelta impiantistica.
Il progetto dimenticato di Maratta
C’è infine una domanda che riguarda direttamente le responsabilità della politica degli ultimi anni. Nel 2019 era stato prospettato un polo impiantistico nell’area delle ex officine Bosco a Maratta. Un investimento indicato allora in circa venti milioni di euro, su un’area di centomila metri quadrati, destinato a migliorare la selezione dei rifiuti e a ridurre sensibilmente gli scarti.
Tra le ipotesi c’era anche quella di sviluppare una sorta di hub della plastica capace di separare i materiali di maggiore valore commerciale.
Quel progetto non è stato realizzato.
Nello stesso periodo anche Gesenu aveva ipotizzato un polo di selezione nel Ternano. Nemmeno quello ha visto la luce.
Sette anni dopo sarebbe quindi legittimo chiedereperché quei progetti siano stati abbandonati, quali valutazioni industriali ne abbiano determinato lo stop e quanto quella mancata infrastrutturazione pesi sulla situazione attuale.
Non per cercare retroattivamente un colpevole, ma perché una città non può discutere ciclicamente degli stessi problemi senza ricostruire le decisioni che l’hanno portata al punto in cui si trova.
Il Pef bocciato e una politica arrivata al bivio
A rendere ancora più evidente la dimensione politica della questione c’è quanto accaduto il 29 luglio in Consiglio comunale. L’assemblea non ha recepito il Pef 2026-2029 validato da Auri: 18 voti contrari e 6 astensioni. Secondo la documentazione richiamata dagli uffici comunali, il piano avrebbe portato per il 2026 a un valore di 25,97 milioni di euro, con una crescita del 9,69%, superiore al parametro indicato per il limite alla crescita tariffaria.
È un passaggio che cambia anche la prospettiva del dibattito. Perché non siamo più davanti soltanto a una discussione ambientale, ma a un problema che mette insieme politica industriale, sostenibilità economica del servizio e bollette pagate dai cittadini.
E c’è una contraddizione che la politica dovrebbe spiegare. Da una parte ASM ha raggiunto negli ultimi anni risultati molto elevati nella raccolta differenziata; dall’altra il sistema continua a mostrare costi e criticità tali da alimentare lo scontro sulla tariffa.
La domanda allora non può essere semplicemente se Terni debba avere o meno un termovalorizzatore. Prima viene un’altra questione: quale modello di gestione dei rifiuti vogliamo finanziare nei prossimi dieci o vent’anni?
Perché un impianto è uno strumento. Una politica industriale, invece, stabilisce prima cosa recuperare, cosa riciclare, cosa trasformare in materia prima seconda, cosa eventualmente valorizzare energeticamente e, soltanto alla fine, cosa resta da smaltire.
Confondere queste due dimensioni significa rischiare ancora una volta di discutere dell’impianto prima di avere deciso il modello.
Terni deve decidere cosa vuole fare dei propri rifiuti
La questione, dunque, è molto più ampia della contrapposizione tra favorevoli e contrari al termovalorizzatore.
È una questione di politica industriale.
Terni deve decidere se vuole essere semplicemente il luogo nel quale i rifiuti vengono raccolti e successivamente trattati oppure diventare un territorio capace di sviluppareuna vera filiera dell’economia circolare, fatta di selezione avanzata, recupero di materia, tecnologia e produzione di materie prime seconde.
E soprattutto deve stabilire quale ruolo debba avere ASM in questa trasformazione.
Perché il 78% di differenziata è certamente un risultato importante. Ma una percentuale, da sola, non costituisce una politica industriale.
La domanda che dovrebbe entrare nel prossimo Consiglio comunale è molto più concreta:quanto valore perdiamo ogni anno perché i materiali che raccogliamo non hanno qualità sufficiente per essere venduti sul mercato?
E subito dopo ne viene un’altra, ancora più politica:prima di chiedere a Terni di diventare il luogo nel quale chiudere il ciclo dei rifiuti, siamo sicuri di avere fatto tutto il possibile per trasformare quei rifiuti in materia e valore?
È da queste due domande, più che dagli slogan, che dovrebbe cominciare il confronto sul futuro dei rifiuti a Terni.
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