
Bandecchi celebra un “7-1” che nei documenti assomiglia più a una rinuncia processuale. La Regione, però, non può nascondersi dietro le ragioni del diritto: tra competenze sanitarie, accreditamento ancora da conquistare e ritardi politici, il conto dello stadio-clinica continua a pagarlo Terni.
C’è un’immagine che cattura l’essenza dell’illusione politica in cui è sprofondata Terni. È il 10 settembre 2026. Stefano Bandecchi, seduto al posto di guida di un pullman, si filma con lo smartphone e annuncia alla città la fine del contenzioso sul progetto stadio-clinica.
La mimica è quella del condottiero, il vocabolario quello da bar sport: “Questa è una partita bellissima, vinta 7-1. Con sette autogol loro. Abbiamo vinto perché abbiamo ottenuto la possibilità di fare un nuovo stadio e una nuova clinica”.
A sentirlo parlare, sembra l’epilogo epico di un eroe solitario che ha piegato la perfida burocrazia. “Alla fine, la Regione ha dovuto mollare e alla fine i ternani hanno vinto”, sentenzia dal suo abitacolo. Peccato che, a scartabellare i documenti, il trionfo si riveli per quello che è: un capolavoro di propaganda che ribalta goffamente la realtà dei fatti.
La prima amara verità è giudiziaria. Il Comune di Terni non ha affatto “vinto” contro la Regione; ha semplicemente alzato bandiera bianca, rinunciando al ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar dell’Umbria. E i giudici amministrativi, nel marzo scorso, erano stati tranchant: annullando la determinazione comunale del 2025, avevano messo nero su bianco che il Comune aveva mal interpretato la conferenza dei servizi del 2022 e si era arrogato poteri di programmazione sanitaria che non gli competono.
I famosi 80 posti letto privati previsti dalla Regione per il territorio ternano non equivalevano ad alcuna assegnazione automatica per il progetto stadio-clinica.
Chiamare “7-1” una palese resa processuale non è ottimismo; è una mistificazione sferzante della realtà.
La post-verità del primo cittadino tocca il suo apice quando, nello stesso delirio social, si vanta di aver concepito l’opera “da presidente della Ternana, da imprenditore ma anche da statista”. Uno “statista” che, però, un secondo dopo si affretta a mettere le mani avanti, confessando il reale disinteresse per le sorti dell’opera: “Chi li farà li farà, ma oggi abbiamo i permessi in mano”.
Ecco svelato il bluff: la Regione ha solo completato una verifica tecnica per sbloccare l’iter edilizio, ribadendo categoricamente che l’accreditamento sanitario è una partita del tutto separata e, ad oggi, inesistente. Avere “i permessi in mano” per tirare su mattoni non significa avere una clinica convenzionata. E questo dettaglio non è un vezzo per avvocati pignoli, ma il cuore del problema: l’intera architettura finanziaria dell’operazione si regge su 14 milioni di euro legati alla futura valorizzazione della componente sanitaria. Se l’accreditamento regionale non arriva, il banco salta.
Di fronte a questo rischio enorme per la città, il sindaco abdica alle sue responsabilità (“chi li farà li farà”), accontentandosi della medaglietta virtuale della licenza edilizia.
Ma se Palazzo Spada annega nella vuota retorica dei social e scarica i rischi sulla comunità, sarebbe intellettualmente disonesto assolvere Palazzo Donini. Perché avere ragione in punta di diritto non giustifica l’ignavia politica.
La storia dei ritardi sullo stadio-clinica nasce con il primo diniego regionale che risale al 2022 e l’attuale Giunta regionale ha comunque le sue pesantissime responsabilità per quanto avvenuto dal suo insediamento in poi. Invece di sciogliere un nodo vitale per il territorio, la Regione ha scelto deliberatamente la strada del logoramento, trincerandosi dietro la burocrazia. È legittimo che l’ente difenda le proprie esclusive competenze sanitarie incassate al Tar, ma una leadership politica non può limitarsi a dire “la competenza è mia” e usare il diritto amministrativo come una clava per logorare un avversario politico sgradito.
Terni sconta un ritardo cronico e allarmante nell’offerta sanitaria e meritava una sintesi istituzionale rapida, non di rimanere ostaggio per mesi di una guerra di carte bollate per mere questioni di potere.
Alla fine, la vera sconfitta non è il ridicolo 7-1 sbandierato da Bandecchi ai suoi follower. E non è nemmeno la formale vittoria procedurale che la Regione potrebbe essere tentata di celebrare. La sconfitta bruciante è quella di una città che, dopo anni di annunci, ricorsi, conferenze dei servizi naufragate e dirette streaming dal volante di un autobus, si ritrova ancora una volta a dover aspettare.
Perché una comunità non si cura con le smargiassate elettorali, ma con decisioni certe, trasparenti e sostenibili. E su questo campo, finora, hanno perso tutti.
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