Fondazione Carit e Università di Perugia aprono un fronte strategico: un nuovo dipartimento a Terni e una laurea in Intelligenza Artificiale applicata alle scienze della vita. Non è solo formazione: è un tentativo concreto di riposizionare la città dentro le filiere dell’innovazione.
C’è un passaggio che segna la differenza tra un territorio che rincorre e uno che prova a costruire: quando università, fondazioni e sistema produttivo iniziano a parlarsi con un obiettivo preciso. A Terni, questo passaggio sembra finalmente essere iniziato.
Nella sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Terni e Narni, guidata da Emiliano Strinati, si è aperto un confronto che va oltre la semplice offerta formativa: l’idea è costruire un vero asse strategico sull’Intelligenza Artificiale, capace di incidere sul futuro economico della città.
A mettere sul tavolo il progetto è stata l’Università degli Studi di Perugia, rappresentata dal rettore Massimiliano Marianelli, che ha chiarito subito il punto: Terni non è una sede periferica, ma un nodo strategico. Una dichiarazione che, se presa sul serio, cambia completamente la prospettiva.
Un nuovo dipartimento: non didattica, ma politica industriale
L’obiettivo dichiarato è ambizioso: arrivare alla nascita di un nuovo dipartimento universitario a Terni. Non un ampliamento marginale, ma una struttura autonoma capace di integrare ricerca, formazione e trasferimento tecnologico.
Il cuore del progetto ruota attorno a tre direttrici – benessere, salute e innovazione – con l’Intelligenza Artificiale come infrastruttura trasversale. Non è una moda, ed è questo il punto più interessante: è una leva trasformativa che tocca sanità, industria, materiali, farmaceutica.
E qui Terni ha un vantaggio competitivo reale: una tradizione industriale, infrastrutture di ricerca già presenti e un sistema sanitario che può diventare laboratorio applicativo. Non è poco.
La laurea in Intelligenza Artificiale: concreta, operativa, territoriale
Il primo passo sarà l’attivazione di un corso di laurea triennale in “Intelligenza artificiale per le scienze della vita”, illustrato da Livio Fano.
Un percorso che punta sull’interdisciplinarità vera: informatica, biotecnologie, biomateriali, sistemi di cura. Non teoria astratta, ma applicazione diretta.
Tre i percorsi previsti:
- biotecnologie e farmaci
- biomateriali e dispositivi
- salute digitale e riabilitazione
Didattica in presenza, forte componente laboratoriale, tirocini con imprese e strutture sanitarie. Tradotto: si prova a evitare il solito errore italiano, quello di formare competenze che poi il territorio non è in grado di assorbire.
I numeri sono contenuti – 50-60 studenti per anno – ma coerenti con un progetto che punta alla qualità più che alla massa.
Il vero nodo: tempi e connessione con le imprese
Qui entra in gioco un altro elemento chiave, spesso sottovalutato: la velocità. Come ha spiegato Marco Mazzoni, non si tratta solo di costruire un percorso universitario, ma di attivare rapidamente master e formazione avanzata. In parallelo, Daniele Fioretto ha sottolineato la necessità di rispondere in tempi brevi alle esigenze delle imprese.
Ed è esattamente qui che si gioca la credibilità del progetto. Perché, diciamolo senza girarci intorno: l’Italia è piena di buone idee universitarie che si sono perse nei tempi lunghi e nella scarsa integrazione con il sistema produttivo. Se questo progetto vuole funzionare, deve fare il contrario: essere rapido, flessibile, connesso.
La partita vera: trattenere capitale umano
Il punto politico, quello vero, è un altro. Se Terni riesce a costruire un polo sull’Intelligenza Artificiale, può iniziare a trattenere – e magari attrarre – capitale umano qualificato. Altrimenti continuerà a formare giovani che poi se ne vanno.
E qui la frase di Strinati è tutt’altro che retorica: “formare sviluppatori di intelligenza artificiale per estenderci poi in Europa”. È una visione, ma anche una sfida.
Perché senza ecosistema – imprese, investimenti, servizi – la formazione da sola non basta.
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