
Dal Caffè Greco al Salone Margherita, un viaggio nella memoria di una città che sapeva trasformare gli incontri in cultura e gli artisti in storia.
Caffè Greco. Una pagina di storia.Mi viene in mente, una foto, grigia, più che in bianco e nero, fatta nella sala in fondo, con un gruppo onorevole di artisti, scrittori, poeti, registi, sceneggiatori; tutti messi in posa, con volti di circostanza. Ci sono tanti, di quelli che calcavano la scena romana, quando ancora si diceva che mangiare troppe uova e troppa carne faceva male, proprio l’opposto di quello che facevano gli americani, “affaticando il fegato”; e allora, dai con le mezze porzioni di brodo, “lungo”, con pane, tanto pane, da inzuppare.
L’autore èIrving Penn. Anno 1948. Una messa in scena della città intelligente, della “creatività” che a me piace chiamareinventività, insomma, quella che fa e legge la storia e fa si che le pietre, le opere, le scritte, le scritture, possano esistere ancora e non essere inghiottite dal silenzio e dalle selve incombenti. Si ergono come statue romane, con figure ormai mitiche, comePericle Fazzini, Aldo Palazzeschi, Afro, l’infiltrato Orson Welles, Mario Mafai, Ennio Flaiano, Vitaliano Brancati, con Orfeo Tamburi, il bellissimo, al centro.
Mi viene in mente anche una foto che non c’è, se non nella mia mente e che potrebbe essere a colori; ritraeGiorgio De ChiricoeLuisa Spagnoli, autrice disperata diLunga vita di Giorgio De Chirico,a cui era solo concesso, dal maestro, che offriva, un caffè espresso al giorno; mai cappuccino o dessert. In cambio doveva sorbirsi, racconti totalmente inventati o largamente romanzati e poi smentiti, dallo stesso genio metafisico, surreale come il fratello Savinio.
Negli ultimi tempi,Stellario Baccellieri, seduto sempre allo stesso posto, con tavolinetto apparecchiato, stendeva i suoi colori per turisti, raccontando le sue storie calabro siculo romane. Sospese nell’aria, invisibili, ancora le immagini diPercy B. Shelleye diJohn Keats. Ma il tempo inesorabile è passato. Chiuso. Chiuso.
Salone Margherita.Suadente luogo del sorriso, dell’eleganza, del convivio. La prima volta che ci sono entrato, grazie alla fascinosa amicizia diNinni Pingitore e Graziella Pera,ho sentito un brivido alla schiena e ho pensato che fossero le carezze fantasmatiche della Bella Otero, diLina Cavalieri, le sferzanti parole diFilippo Tommaso Marinettio l’eco delle battute sonore delBagaglino, della voce diOreste Lionello.
Mentre in diretta ho ascoltato quelle diValeria Marini, Pamela Prati, Manuela Villa, Martufello o Leo Gullotta,coniugate al presente, ma ormai passato prossimo. L’anima cantante e teatrante di Roma, con stile, con classe, insomma un nostro Mouline Rouge, una meteora delle Folie Bergere, senza premierati da rispettare, capace di dare vita allo spirito plautino di Roma, alla sua consonanza con le strisce sarcastiche diPasquino, alle legnate leggere delBelli, agli echi pittorici del Liberty, della Belle Epoque, con compagnia diRascel, Fabrizi, Sordi, ma anche Capannelle.
Aperto nel 1898 è stato chiuso nel 2020.
Bar Rosati.Si dava del tu con il Greco e con il Margherita. Sulle sue sedie, sui suoi tavoli, sono avvenute commedie, all’inizio, finite in apoteosi artistiche e tragedie personali, come quelle diTano Festa e Franco Angeli,è nata tanta voglia di fare, intorno al mitico sessantotto, con fiumi di champagne, alle 11 del mattino, a stomaco vuoto. E’ nata una disputa alla pari con New York, a colpi di Pop, a cui hanno partecipato ancheSchifano, Mambor, Tacchi, Lombardoe tanti altri, per ogni musa delle arti e dell’invenzione, per ogni follia della scoperta.
E’ ancora aperto, ma gli anni e i volti sono diversi, s’è perso l’idioma della Roma Caput.Ma la Vecchia Roma, che non è la Roma invecchiata, aspetta ( e io con essa) che le cateratte del cielo si aprano e scenda giù una nuova giovinezza.
Con tutte le porte che si aprono, in grande, in gloria.

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