
Morta a Tokyo il 14 agosto 2026 a 97 anni, Yayoi Kusama lascia uno degli universi artistici più riconoscibili del contemporaneo. Dai punti alle zucche, dagli specchi alle sfere diNarcissus Garden, la sua opera ha trasformato ossessione, allucinazione e ripetizione in una vertiginosa idea di infinito.
È l’espressione della complessità del linguaggio artistico, in tutte le sue varie manifestazioni, leggibili nella diacronia temporale dei secoli: da quando le variazioni erano lente e metamorfiche a quando sono diventate repentine e fantasmatiche; dalla rupestrità alla modernità, con tutte le sue catastroficità leggendarie o documentate. Si tratta sempre di un’apocalitticità enciclopedica, in una schiacciante contemporaneità.
Questa anomalia ha prodotto una polimorfia inattendibile, imprevedibile e difficilmente traducibile nel suono e nella scritturalità; perché è assodato che il linguaggio dei gesti, nell’aura della poeticità e dell’esteticità, sia più immediato, intuitivo e quindi in grado di generarsi in sospensioni, consonanti o dissonanti, in una differenza sempre più marcata della sinteticità, alla quale l’universo partecipativo riduce le stesse oppositività – nel senso di un “arcano” che guida tutto e tutti – che, quanto più sono marcatamente distinte, tanto più sono vicine, come un dicembre a un gennaio.
Una ciclicità che fa recitare tutte le parti in commedia e in tragedia, simulando l’udito e l’inaudito, come se una mano invisibile la guidasse.
Yayoi Kusama, per dirla con Heidegger, nasce arrischiante, tra reale e non realtà, vero e non verità, tra consapevolezza meridiana e allucinazione, in scambievole flesso e riflesso, dividendo tutto il suo universo in atomi gioiosi, in architetture disneylandiche, in zucche daBella e Bestia, tutte distillate dall’universo concentrazionario del suoretiroa vita in una struttura psichiatrica, per autonoma scelta.
Il suo è un gioco di lieve e grave, per attraversare la follia di tutti, negli “idola” che parlano da “icona”, con Apollo travestito da Dioniso e Dioniso che si finge Apollo: le maschere di un vuoto che si impadronisce di ogni ripetizione, con trionfi e disfatte senza fine.
La suaimagerienon nasce dal nulla, non trasvola desertiche lande, perché può dire d’aver incontrato un Warhol dai colori azzardati, un Judd dagli assurdi quadrangoli, un Oldenburg di quotidiana metafisica; tutti nella plasmante gestualità di un Kline.
Perché la sua è un’estetica totale, fungibile come una cosmografia atmosferica, suggestionale, che può svolgersi senza limiti e confini: per moltiplicante moltiplicazione, fino a ridursi al minimo, ai puntini-forme, al portatile, come una borsa di Vuitton; al regolabile di un mobilio, al memorizzabile come un’odissea nello spazio.
Tutto si tiene, in lei, in un’immersività olografizzante, dove lo specchio c’è anche quando non c’è, nella proiezione leonardesca dell’uno replicabile per sempre.
Si può chiamare panegirico dell’ellitticità, in una paradossale monotonia che intona una politonia, come nelle sfere argentate del suoNarcissus Garden, del 1966 veneziano: millecinquecento sfere, vendute e poi sparse per il mondo, che – io le sento – sembrano dire all’unisono di non essersi mai separate da lei e di abitare per sempre con lei, dal 14 agosto 2026.

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