La scomparsa dello stilista che ha ridefinito l’eleganza contemporanea riporta alla memoria un’epoca irripetibile della moda italiana: quella in cui Armani e Versace, diversissimi per stile e visione, hanno trasformato l’estetica in linguaggio e la personalità in destino creativo.
Heri dicebamus.
Sono le ore 16:16. Ho sentito da poco la notizia, triste, della morte a Milano di Giorgio Armani. È giovedì 4 settembre 2025. Tutti i media già ne parlano con abbondanza di aggettivi qualificativi, elencando date, nomi, fatti: si vede che è tutto preconfezionato, tranne l’intervento di una signora dai capelli umidi e le mani attorcigliate che non riesce a dire niente di sensato, forse perché starebbe meglio zitta… ma la fanno parlare.
Non ricordo il canale televisivo, o meglio non voglio dirlo, ma tutto sa di stantio, di appassito, di finto cordoglio.
Ricordo il giorno della notizia della morte di Gianni Versace, il 15 luglio 1997, e non so perché associo le due date: inaspettata quella di Versace, prevedibile quella di Armani. Eppure i due nomi mi risuonano nella mente come dei din don, diversi per timbro, per profondità, per vocazione, per modo di esprimersi e gesticolare.
Tanto da verificare che le regole e le consuetudini sono fatte per essere violate e, ancora di più, nella consapevolezza che ogni genio detta la propria regola.
I due hanno interpretato il senso profondo, acuto, dell’eclettismo moderno, dando alla contemporaneità una molteplicità di motivazioni, entrambe sostenute da una forte personalità estrosa, la cui narrazione artistica è irrevocabile, senza vuoti né zeppe, ma con una filogenesi capace di sostenere gli scatti di umore, le intuizioni formali: in sostanza quelle irregolarità che all’inizio stupiscono e sconvolgono e poi diventano una modificazione del tempo e dello spazio, con una quiddità capace di evocare la classe.
Che non è mera osservazione di regole, ma soprattutto impronta. Un’impronta che non si lascia travisare, non si cancella.
Ho conosciuto entrambi e mi sento ricco delle poche volte in cui sono stato vicino a uno (Armani) e di una frequentazione nello spazio che separava la sua enorme maison dalla “mia” storica galleria d’arte: intendo la strada di Via Gesù (Versace).
Definisco Armani un attico, un corinzio (e Versace un ellenistico).
Armani ha dato il là a una plastica variazione tematica, in cui il colore di frequenze albeggianti e di atmosfere nevicate è dedicato alla vista e al tatto come due momenti dello stare nel mondo, senza mai inseguire nessuno, neanche le proprie mete, che non si è mai dato, perché sostenitore della ricerca, della scoperta: una odissea ariosa dell’intelligenza che non scambia mai le essenze con le parvenze.
In lui era innato il senso dell’alta moda, non perché il resto non contasse (contava, eccome), ma perché la considerava la testa pensante di un grande organismo, di un grande corpo, che può essere atletico o flemmatico ma non può prescindere dal luogo dove le idee nascono, le forme crescono, le nuance si affermano e poi vengono i colpi di fulmine.
Queste cose accadono dove c’è lo sfarzo, la ricchezza, la forza, la destrezza di non obbedire al mondo, ma di realizzarlo.

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