Tra oro e corpo, Gianni Versace non costruisce uno stile ma una tensione: assorbe il limite del gusto, lo forza, lo trasfigura, fino a farne una nuova classicità inquieta, in cui Milano diventa spazio mentale e non luogo.
Definisco Versace, un asiano, un alessandrino; un raffinato capace di cogliere fiore da fiore, ma scegliendo in una vasta gamma, senza negarsi nulla, correndo anche il rischio del “cattivo gusto” e facendo così, allargandone i confini per fare diventare, ogni cosa, ogni oggettività, una radicale formalità d’invenzione, lavorando sulla qualità eccelsa di ogni materia prima, ma non per soffermarsi su di essa, come su una naturalezza, bensì per svolgerla alchemicamente in una schola del lusso, sia in senso stretto, che come metafora di una nuova classicità, quella appunto capace di una seduzione soffice, ma facente leva sul senso dello sforzo, come conducente massimo della festa.
Gianni Versace è appunto il rappresentante massimo di questa macchina che parte dal corpo e fa della sua vestibilità il tratto baroccante, di superamento armonico del recto verso e della sua rotondità. Questa è la sua immaginazione spettacolare del teatro della vita, che viene dalla vicinanza mentale, della sua elevata Regium Julii, della Krotone pitagorica, della Sibari bacchica e venusiana, che hanno insegnato al mondo il senso del godimento, senza degenerare sulla patologia della perversione masochistica e sadistica.
La sua è una eccellenza olimpica, che ha come emblema l’oro, cioè il perenne che non marcisce, che è il più vicino alla regalità, ma è purezza. Le paragono ad una inestinguibile querelle, monologante ed intuitiva, del suo io con se stesso, come una metafora impersonata, di un Zeusi e Parrasio, in doppiezza gianicola, in cui la gemellarità non è data dalla somiglianza, con questo e con quello, ma dalla casualità/causalità di esprimere la Milano, che non è solo un luogo reale, ma un luogo ideale, fantastico, dove il soffice e il ferroso possono coesistere con l’apparire di fate e chimere e diventare compagne affidabili di chi si dichiara genio, agitando i pensieri dell’essere e del divenire, escludendo l’ordinario susseguirsi del prevedibile, del già noto, con i colpi catastrofici dell’apparire, dello scandalo, mettendo la a, là dove c’era la o, togliendo l’accento e la c, dove era prevista la q. Per lui stile e moda, non sono sinonimi, necessari, sono apparizioni enigmatiche; possono incontrarsi o non incontrarsi mai, tanto che molteplici mode che chiamiamo trash, vivono e si riproducono senza nessuna impronta stilistica, con l’addensarsi di corporalità dette funzionali o con conformismi disadattanti.
Perché essi possano stare insieme, occorre che si possano coniugare, il senso della tradizione, come specchio del grande passato e quello dell’innovazione che scivola dal futuro.
Questo è accaduto in Versace, accade in Versace, accade nella aura della sua maison, in Italia, in Milano, perché in esse, il passato non è mai del tutto passato, ma non si è avvizzito in folclore o in nomadismo auto compiaciuto. E questo che vuol dire, solco, profondità, un partire per fare un uno tutto, che va dal modo di parlare, di camminare, di vestirsi, di fare festa, di arredare casa, un totus italicus, in cui Gianni, sta con Giorgio, sta con Valentino, ma anche con Gianfranco, con Mila, con Krizia. E pluribus Unum.

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