
Dietro il progetto di Azienda Sanitaria Unica Regionale non c’è soltanto una riorganizzazione amministrativa. Per il territorio ternano è in gioco il principio di prossimità delle cure, l’autonomia decisionale e il ruolo stesso della provincia nel futuro assetto dell’Umbria.
La proposta di accorpare Umbria 1 e Umbria 2 in un’unica struttura regionale riaccende il confronto politico e territoriale. Tra promesse di efficienza e timori di centralizzazione, cresce la mobilitazione del Ternano.
L’Umbria si trova, ancora una volta, di fronte a uno snodo cruciale per il proprio assetto istituzionale. La riforma della sanità regionale, anche se più volte smentita dalla stessa Presidente, attualmente è sul tavolo dellaGiunta Proiettie porta con sé il progetto di riordinare radicalmente la struttura delle due Usl, Umbria 1 e Umbria 2, fondendole in una mastodontica e centralizzata Azienda Sanitaria Unica Regionale.
Se da un lato la retorica del risparmio e dell’economia di scala tenta di ammantare questa manovra di una patina di ineluttabile necessità tecnica, dall’altro è impossibile non scorgere i contorni di un’operazione che rischia di assestare un colpo durissimo al già compromesso equilibrio territoriale della nostra regione.
Nel giustificare questa riforma, aPalazzo Doninisi è chiaramente scelto un approccio prettamente contabile, teorizzando che l’accentramento degli uffici e la creazione di un unico grande centro di costo possano magicamente risolvere la piaga delle liste d’attesa e la carenza di personale. Tuttavia, chi conosce bene le dinamiche della Pubblica Amministrazione sa bene che i processi di fusione di enti così complessi generano, certamente in una prima e lunga fase fisiologica, inevitabili paralisi burocratiche. Un lusso temporale che, in un ambito delicatissimo come quello sanitario, l’Umbria oggi non può assolutamente permettersi.
Ma c’è un dato sociale ancora più allarmante, che tocca direttamente il tessuto vivo dellaprovincia di Terni.La prospettata fusione delle due Usl viene percepita, a netta e fondata ragione, dalla gran parte delle forze sociali e politiche del territorio come un vero e proprio “scippo”. Liquideremmo la questione in modo superficiale se la ritenessimo solo uno sterile campanilismo o il rinfocolare deldualismo tra Terni e Perugia,perché qui si tratta di una oggettiva difesa del principio di prossimità delle cure.
Privare ilsud dell’Umbriadel suo presidio direzionale significa allontanare i centri decisionali dalle vere necessità del Ternano e dellaValnerinae, nei fatti, doversi ancora una volta rassegnare a un modello“perugiocentrico”in cui i territori periferici diventano succursali amministrative, costrette a elemosinare attenzioni, risorse e personale a una sede centrale lontana non solo geograficamente, ma anche empaticamente, dalle realtà locali.
L’efficienza di un sistema complesso non si costruisce smantellando le strutture periferiche, ma mettendole in rete, valorizzando la medicina del territorio e garantendo a ogni cittadino, indipendentemente da dove risiede, la stessa tempestività di intervento.
L’appuntamento di giovedì 11 giugno, con la“Fiaccolata dell’Orgoglio Ternano”in Piazza della Repubblica, rappresenta in questo senso molto più di una protesta. È il termometro di una comunità che rifiuta l’etichetta di provincia di serie B e che rivendica il sacrosanto diritto di veder tutelati i propri servizi essenziali. L’Umbria è a un bivio e dobbiamo scegliere adesso se essere una regione policentrica e solidale, in grado di valorizzare tutte le sue anime, o una regione a trazione unica che, in nome dei bilanci, lascia indietro interi pezzi della sua stessa identità.
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