
Il futuro delle Acciaierie passa dalla capacità di tenere insieme competitività, occupazione e risanamento ambientale. Gli investimenti annunciati possono rappresentare una svolta, ma ora servono tempi certi, controlli e risultati misurabili
TERNI –Per troppo tempo il dibattito sulle Acciaierie di Terni è stato imprigionato dentro una contrapposizione che oggi appare non soltanto superata, ma persino pericolosa: da una parte il lavoro e la produzione, dall’altra l’ambiente e la salute.
È una scelta che Terni non dovrebbe più essere costretta a fare.
La questione vera è un’altra: capire se uno dei più importanti poli siderurgici europei possa diventare anche uno dei laboratori della nuova industria decarbonizzata. E soprattutto stabilire chi debba garantire che gli impegni assunti non restino sulla carta.
AST, oggi controllata dal Gruppo Arvedi, rimane un patrimonio industriale difficilmente sostituibile. Non soltanto per Terni e per l’Umbria, ma per l’intero sistema produttivo nazionale ed europeo.
Il peso dell’acciaio inox nei conti Arvedi
I numeri aiutano a comprendere la dimensione della partita. Secondo i dati relativi al 2025 della holding Finarvedi riportati dalla stampa economica, il gruppo si è trovato ad affrontare un mercato siderurgico internazionale sottoposto a fortissime pressioni, a partire dalla concorrenza asiatica e dalla conseguente compressione dei prezzi.
In questo scenario i volumi venduti sarebbero comunque saliti a circa5,5 milioni di tonnellate, con una crescita dell’1,9%, mentre l’indebitamento finanziario netto sarebbe diminuito da425,1 a 341 milioni di euro.
Particolarmente significativo per Terni è un altro dato: il comparto dell’acciaio inossidabile rappresenta circa il42,1% dei ricavi complessivi del gruppo.
Tradotto: AST non è una periferia industriale dell’universo Arvedi. Ne costituisce una componente strategica.
E lo è ancora di più per l’economia ternana.
Tra occupazione diretta e indotto, migliaia di famiglie dipendono dalla continuità produttiva dello stabilimento. Il polo siderurgico contribuisce inoltre in maniera determinante alla capacità esportatrice del territorio e dell’Umbria.
Ma c’è anche una questione europea.
In un momento nel quale Bruxelles parla continuamente di autonomia strategica, dipendere sempre maggiormente dall’estero per acciai speciali e inossidabili necessari all’energia, alla mobilità, all’industria e alle infrastrutture sarebbe una contraddizione difficilmente sostenibile.
Il conto ambientale pagato dalla città
Tutto questo, però, non può cancellare l’altra metà della storia.
Terni ha pagato per decenni un prezzo ambientale enorme alla propria industrializzazione. E il caso diPrisciano, con l’esposizione alle polveri provenienti dall’area industriale e la questione delle concentrazioni di nichel, rappresenta uno dei simboli più evidenti di un problema che non può più essere considerato una conseguenza inevitabile della produzione.
È qui che deve cambiare definitivamente il paradigma.
Difendere AST non significa concedere all’industria una sorta di immunità ambientale. Al contrario: proprio perché lo stabilimento deve avere un futuro, quel futuro deve essere compatibile con la città che lo ospita.
Il diritto al lavoro e quello alla salute non possono essere messi uno contro l’altro. E il principio europeo del “chi inquina paga” deve significare responsabilità, prevenzione, bonifica e investimenti, non soltanto dichiarazioni d’intenti.
L’Accordo di Programma è la vera prova
È dentro questa cornice che assume importanza l’Accordo di Programma per AST, con un piano di investimenti superiore a1,1 miliardi di euro, dei quali 557 milioni riferiti alla prima fase, accompagnato dal sostegno pubblico previsto per la trasformazione dello stabilimento.
Le cifre sono importanti. Ma ormai non bastano più.
La questione sulla quale Terni dovrebbe concentrare l’attenzione è molto più concreta:quando saranno realizzate le opere, quali risultati ambientali produrranno e chi controllerà il rispetto delle scadenze?
Tra gli interventi strategici rientra la cosiddettaRampa Scorie, pensata per modificare radicalmente le modalità di raffreddamento e trattamento dei residui della fusione, confinando le operazioni e riducendo la dispersione delle polveri.
C’è poi la partita dell’economia circolare e del recupero delle scorie, con il progetto legato aTapojärvi, finalizzato a trasformare parte dei residui industriali in materiali riutilizzabili e certificati.
È questa la direzione nella quale deve andare una siderurgia che voglia definirsi moderna: diminuire le emissioni, recuperare materia, ridurre i rifiuti e trasformare quello che fino a ieri rappresentava un costo ambientale in una nuova filiera industriale.
Energia: la partita decisiva
Resta poi il grande tema dell’energia.
Produrre acciaio in Europa significa confrontarsi con costi energetici che spesso penalizzano le aziende rispetto ai concorrenti internazionali. Per uno stabilimento energivoro come quello ternano la questione non è secondaria: può decidere la competitività futura dell’intero sito.
Per questo la disponibilità dell’energia idroelettrica umbra e le modalità con cui una quota della produzione potrà sostenere AST e le altre grandi industrie energivore rappresentano uno dei nodi politici ed economici più delicati dei prossimi anni.
Ed esiste un paradosso tutto ternano che merita di essere sottolineato: un territorio che per decenni ha prodotto energia idroelettrica per il Paese deve poter utilizzare quella stessa risorsa per accompagnare la decarbonizzazione della propria industria.
Non servono tifoserie, serve una strategia industriale
Il rischio, adesso, è trasformare ancora una volta AST in un terreno di scontro politico permanente.
Sarebbe un errore.
Non perché l’azienda debba essere sottratta alle critiche – tutt’altro – ma perché una trasformazione industriale di questa portata richiede istituzioni capaci contemporaneamente di negoziare e controllare.
Regione, Comune, Governo, sindacati e azienda hanno responsabilità differenti, ma dovrebbero condividere almeno un obiettivo: fare di Terni un polo europeo dell’acciaio speciale a basse emissioni.
Significa pretendere il rispetto rigoroso dei cronoprogrammi ambientali. Significa rendere accessibili e comprensibili i dati sulle emissioni. Significa verificare gli effetti reali degli investimenti sulla qualità dell’aria. E significa contemporaneamente difendere gli investimenti industriali capaci di aumentare il valore aggiunto dello stabilimento, comprese le prospettive legate allamierino magnetico, fondamentale per motori elettrici, trasformatori e transizione energetica.
La politica industriale non può essere né una cambiale in bianco consegnata all’impresa né una successione di veti.
Deve essere capacità di governo.
Terni può diventare un laboratorio europeo
La vera ambizione dovrebbe essere persino più alta.
Terni possiede contemporaneamente siderurgia, competenze industriali, produzione energetica rinnovabile, infrastrutture e una lunga cultura tecnica. Pochi territori europei possono mettere insieme questi elementi nello stesso luogo.
La città potrebbe quindi candidarsi a diventare unlaboratorio nazionale ed europeo della siderurgia verde, costruendo intorno ad AST un ecosistema che coinvolga ricerca, università, imprese dell’economia circolare, energia rinnovabile e nuove tecnologie.
È questa, probabilmente, la partita che vale la pena giocare.
Non scegliere tra fabbrica e ambiente, ma pretendere una fabbrica capace di restare competitiva proprio perché ambientalmente sostenibile.
Dopo decenni nei quali Terni ha dato all’Italia acciaio, energia e lavoro pagando anche un prezzo ambientale molto alto, la transizione ecologica non può trasformarsi nell’ennesimo sacrificio imposto alla città.
Deve diventare la sua occasione.
E il metro con cui giudicare l’Accordo di Programma, alla fine, sarà molto semplice:meno polveri nell’aria, più innovazione dentro la fabbrica e più sicurezza sul futuro del lavoro.
Se questi tre risultati arriveranno insieme, allora Terni non avrà soltanto salvato le sue Acciaierie. Avrà dimostrato che industria pesante e qualità della vita possono finalmente smettere di essere considerate due alternative.
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