
Inflazione al 4,2%, 5,4 milioni di persone in povertà assoluta e lavoro irregolare in aumento. L’export offre segnali positivi, ma la lettura selettiva delle statistiche nasconde la domanda decisiva: quanto arriva davvero nelle tasche degli italiani?
C’è un modo comodo di raccontare l’economia italiana: scegliere l’indicatore favorevole, trasformarlo in un successo politico e lasciare gli altri nelle note a margine.Le ultime pubblicazioni dell’Istatimpongono un esercizio meno accomodante. Perché un Paese può vendere bene all’estero e continuare a lasciare troppe famiglie senza risorse sufficienti. Può ridurre il peso percentuale del sommerso e vedere aumentare il lavoro irregolare.
È nello spazio tra questi risultati che si misura la qualità della politica economica. Il resto è comunicazione.
L’inflazione presenta il conto, soprattutto a chi ha meno
A settembre 2026 l’inflazione sale al4,2% annuo, dal 3,3% di agosto. La spinta arriva soprattutto dall’energia e dagli alimentari non lavorati. Il carrello della spesa cresce dell’1,5%, mentre l’inflazione di fondo si colloca all’1,6%.
Le misure descrivono fenomeni diversi. Confonderle consente titoli sbrigativi; distinguerle aiuta a capire dove intervenire. Soprattutto, l’aumento dei prezzi non pesa allo stesso modo su tutti: nel terzo trimestre l’Istat rileva un’inflazione del4,4% per le famiglie con minori livelli di spesa, contro il 2,9% di quelle con spesa più elevata.
È qui che la media nazionale rivela il proprio limite. Per chi dispone di poco margine, rincari sulle necessità quotidiane significano rinunce immediate. La risposta pubblica dovrebbe partire da questa differenza, con sostegni mirati e interventi verificabili sui costi energetici. Distribuire rassicurazioni costa meno, ma non paga le bollette.
L’export cresce. I trionfalismi corrono più delle merci
Sul commercio estero ci sono risultati da riconoscere: nei primi otto mesi del 2026 le esportazioni aumentano del5% in valoree l’avanzo commerciale raggiunge34,7 miliardi di euro.
Ad agosto, però, l’export arretra dell’1,5% rispetto a luglio. Nel confronto annuo cresce del 9% in valore, ma dell’1,9% in volume. Inoltre, i prezzi all’importazione aumentano del 7,3% annuo.
La distanza tra valori monetari e volumi merita più attenzione di uno slogan. Le imprese esportatrici costituiscono una forza del Paese, ma non possono diventare l’alibi per evitare domande su redditi, consumi e competitività.
Peraltro, un mese negativo non dimostra da solo una crisi, così come un dato positivo non certifica una svolta. L’economia richiede analisi; la propaganda si accontenta del numero che serve.
Povertà stabile: una parola che non consola
Nel 2025 la povertà assoluta coinvolgeoltre 2,1 milioni di famiglie e 5,4 milioni di persone. L’incidenza è pari all’8% delle famiglie e al 9,3% degli individui. L’Istat la considera stabile rispetto al 2024.
“Stabile” è una definizione statistica. Trasformarla in una buona notizia sarebbe una scelta politica assai discutibile.
Quando milioni di persone restano sotto la soglia di una spesa sufficiente per beni e servizi essenziali, il problema non è trovare una formula rassicurante. È spiegare quali strumenti possano ridurre quella platea e con quali risultati misurabili.
La responsabilità di un governo si valuta anche da questo: dalla capacità di migliorare le condizioni materiali di chi parte svantaggiato. La permanenza del disagio non può diventare una normalità amministrativa.
Il sommerso pesa meno sul Pil, il lavoro irregolare aumenta
Nel 2024 l’economia non osservata vale218,2 miliardi di euro, lo 0,3% in più dell’anno precedente. La sua quota sul Pil scende dal 10,2% al 9,9%, mentre le unità di lavoro irregolari raggiungono3 milioni e 277mila, aumentando di oltre 145mila. Si tratta di unità equivalenti a tempo pieno, non del conteggio delle singole persone.
La riduzione del rapporto con il Pil va registrata. Anche l’aumento del lavoro irregolare, però, deve entrare nel bilancio politico.
Per le imprese che rispettano gli obblighi, l’irregolarità significa concorrenza sleale. Per chi lavora significa minori garanzie. Servono controlli efficaci, regole praticabili e convenienza a operare nella legalità. La tolleranza del sommerso finisce per premiare chi scarica sugli altri il costo della propria attività.
La finanza pubblica deve rispondere alla vita quotidiana
Questi indicatori riguardano periodi differenti: prezzi e commercio estero del 2026, povertà del 2025, economia non osservata del 2024. Accostarli aiuta a individuare problemi; non dimostra automaticamente rapporti di causa ed effetto.
Il giudizio politico resta comunque necessario. Proteggere il potere d’acquisto, favorire lavoro regolare e produttività, ridurre la povertà: sono obiettivi sui quali chiedere risultati, risorse e scadenze.
La credibilità economica di un governo si costruisce anche nei documenti di bilancio. Ma si verifica quando una famiglia paga la spesa, quando un lavoratore riceve una retribuzione regolare, quando un’impresa riesce a competere rispettando le regole.
Gli italiani non vivono di indicatori favorevoli. Vivono di ciò che quegli indicatori riescono a cambiare.

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