
Il Docfap presentato il 31 luglio segna un passaggio amministrativo importante e individua Sabbione come area tecnicamente più idonea per il nuovo ospedale. Ma tra dibattito pubblico, coperture finanziarie ancora da consolidare e tempi che portano la prima pietra tra cinque anni, la sfida della Regione non è più convincere la politica, bensì restituire credibilità a un’opera attesa da oltre vent’anni.
Venerdì 31 luglio la Regione Umbria ha probabilmente compiuto il passaggio amministrativo più importante degli ultimi anni sul nuovo ospedale di Terni. Per la prima volta non si è parlato di semplici ipotesi, ma di un Documento di fattibilità delle alternative progettuali (Docfap), corredato da un quadro esigenziale, da un’analisi comparativa delle aree, da criteri di valutazione e da un percorso definito dalle norme per arrivare alla scelta definitiva del sito. È un fatto oggettivo. Dopo anni di annunci e tentativi rimasti incompiuti, un tassello concreto è stato finalmente posato.
Sarebbe un errore minimizzarlo.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato confondere un passaggio fondamentale con il traguardo.
Perché il nuovo ospedale di Terni continua a vivere dentro una doppia dimensione: quella tecnica, che procede secondo procedure precise, e quella politica, che tende invece a trasformare ogni avanzamento amministrativo in una conquista già acquisita.
È proprio questa sovrapposizione che rischia di alimentare aspettative destinate a scontrarsi con la realtà.
La conferenza stampa della presidenteStefania Proiettie dell’assessore all’edilizia sanitariaFrancesco De Rebottinon è stata soltanto un esercizio di comunicazione. Il direttore generale dell’Azienda ospedaliera Santa Maria,Andrea Casciari,ha illustrato un modello sanitario ambizioso: una struttura pubblica da 600 posti letto, organizzata attraverso tre flussi completamente separati – emergenza-urgenza, ricoveri programmati e attività ambulatoriali – e nove poli funzionali integrati, dall’oncologia alla cardio-neurovascolare, fino alla riabilitazione. Un ospedale pensato come struttura resiliente, digitale e capace di rispondere ai nuovi modelli assistenziali.
È probabilmente questo l’aspetto meno discusso del dibattito politico e, paradossalmente, il più importante.
Perché il vero tema non è soltanto dove costruire un ospedale, ma quale sanità si vuole consegnare all’Umbria meridionale nei prossimi quarant’anni.
Anche la scelta di Sabbione non nasce da una valutazione estemporanea.
Il direttore regionaleGianluca Fagottiha spiegato che il confronto ha interessato cinque aree, valutate attraverso venti criteri e centosessanta indicatori numerici. Perfino l’ipotesi di mantenere il presidio a Colle Obito è stata approfondita nelle diverse varianti possibili – ristrutturazione, ampliamento e ricostruzione – ma è risultata penalizzata da limiti dimensionali, criticità strutturali, costi e tempi di realizzazione.
Dal punto di vista tecnico, dunque, la Regione ha costruito un percorso che appare solido.
Ed è proprio qui che emerge il primo nodo politico.
Se Sabbione rappresenta davvero la soluzione migliore sotto il profilo tecnico, come sostenuto dalla graduatoria del Docfap, allora la politica dovrebbe avere il coraggio di assumersene fino in fondo la responsabilità.
Se invece il confronto pubblico, annunciato dalla presidente Proietti, potrà ancora modificare l’esito finale, significa che la scelta non è affatto definitiva.
Sono due messaggi difficili da conciliare.
Da un lato si comunica che esiste un sito preferenziale; dall’altro si apre una fase di quattro-sei mesi nella quale tutti i portatori d’interesse saranno chiamati a discutere l’intero impianto progettuale.
È un percorso previsto dalla legge.
Ma politicamente genera inevitabilmente un’ambiguità.
Le opposizioni hanno costruito proprio su questa contraddizione la loro offensiva.
I consiglieri regionali del centrodestra parlano di una conferenza stampa priva di reali novità rispetto al dicembre 2025, contestano l’assenza di un quadro economico definitivo e osservano che, dopo quasi due anni di legislatura, non esiste ancora una decisione conclusiva sull’area.
Il sindacoStefano Bandecchiha scelto toni molto più duri, definendo la presentazione«una supercazzola» e accusando la Regione di non avere né tempi né coperture economiche certe. Ha chiesto di conoscere gli atti relativi ai fondi Inail, all’articolo 20 e all’eventuale intervento dellaCassa Depositi e Prestiti, sostenendo che senza quei documenti il progetto rischia di restare un esercizio teorico.
Sul fronte opposto, la maggioranza regionale respinge le accuse.
Il capogruppo del Movimento 5 StelleLuca Simonettiricorda che oggi esiste finalmente un percorso amministrativo definito, risorse individuate per la progettazione e uno studio tecnico costruito su venti parametri oggettivi. Il Patto Avanti Umbria parla del più importante investimento pubblico della legislatura e rivendica il rispetto della scadenza del 31 luglio promessa dalla presidente Proietti.
In questa contrapposizione, tuttavia, il rischio è che entrambe le parti smarriscano il punto essenziale.
La questione decisiva non è chi vinca la battaglia politica.
È se i cittadini possano finalmente avere la certezza che il nuovo ospedale verrà costruito.
Ed è proprio sul piano finanziario che la vicenda entra nella sua fase più delicata.
La Regione ha illustrato uno schema che prevede circa 280 milioni di euro attraverso Inail, circa 70 milioni riconducibili ai fondi dell’articolo 20 e il supporto gratuito della Cassa Depositi e Prestiti come advisor dell’intera operazione. Sarà però proprio Cassa Depositi e Prestiti, concluso il dibattito pubblico, a validare il quadro economico complessivo dell’investimento.
In altre parole, la copertura finanziaria definitiva non è ancora chiusa.
È un dettaglio tecnico solo in apparenza.
Perché proprio da quel passaggio dipenderà la credibilità dell’intero progetto.
La presidente Proietti ha assicurato che il nuovo ospedale sarà realizzato “in tempi certi e celeri” e che il percorso intrapreso è ormai irreversibile. Ma la stessa Regione stima in circa cinque anni il tempo necessario per arrivare alla posa della prima pietra e in altri tre anni quello per completare la costruzione.
Significa che, nella migliore delle ipotesi, i ternani continueranno a curarsi nell’attuale Santa Maria ancora per un decennio.
È qui che il dibattito pubblico dovrebbe cambiare prospettiva.
Perché mentre tutti discutono dell’ospedale del 2034, resta quasi del tutto assente il tema dell’ospedale del 2026.
Quali investimenti saranno destinati all’attuale presidio?
Come verranno affrontate le carenze di personale?
Quale piano esiste per ridurre le liste d’attesa?
Quali tecnologie saranno introdotte nel frattempo?
Domande che riguardano il presente molto più del futuro.
Gli ospedali, del resto, hanno tempi diversi da quelli della politica.
Una legislatura dura cinque anni.
Un ospedale serve una comunità per almeno mezzo secolo.
Per questo motivo ogni scelta dovrebbe essere sottratta, per quanto possibile, alla logica dello scontro permanente.
Il Docfap rappresenta senza dubbio un passo avanti rispetto agli anni dell’immobilismo.
Ma la vera prova della giunta regionale comincia adesso.
Perché i cittadini di Terni non giudicheranno questo progetto dal numero delle conferenze stampa, né dalla qualità delle slide o dalla complessità delle matrici comparative.
Lo giudicheranno, come sempre accade, dalla distanza che separa l’ultimo documento amministrativo dalla prima pietra.
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