
Rai Scuola lascia il canale 57 e al suo posto arriva “Italiana”, il nuovo progetto dedicato ai territori. La conoscenza trasloca sul digitale, mentre borghi, sapori, folklore e Made in Italy conquistano la televisione lineare. Ma siamo davvero sicuri che questa sia l’identità culturale di un Paese?
C’è qualcosa di profondamente sbagliato, e perfino paradossale, nella decisione della Rai di togliere dal digitale terrestre Rai Scuola per destinare il canale 57 a un nuovo progetto dedicato all’“identità italiana”.
Non perché raccontare i territori sia sbagliato. Al contrario. Chi scrive da anni di territori, turismo, cultura ed enogastronomia sa bene quanto il patrimonio immateriale, le tradizioni, i mestieri e perfino le feste popolari siano elementi preziosi della cultura nazionale.
Il problema nasce quandouna parte viene scambiata per il tutto.
Dal prossimo 1° ottobre Rai Scuola non sarà più un canale lineare del digitale terrestre. La Rai precisa che non si tratta di una cancellazione: l’offerta educativa verrà trasferita e potenziata nell’ambiente digitale attraverso il progetto “RaiPlay Scuola e Learning”. Sul numero 57 arriverà invece il nuovo canale territoriale, presentato dalla stessa azienda come dedicato al racconto dell’identità italiana.
Formalmente, dunque, Rai Scuola sopravvive.
Culturalmente, però, la questione rimane tutta aperta.
Perchéspostare un servizio dalla televisione gratuita e lineare a una piattaforma on demand non significa lasciarlo esattamente dov’era. Significa cambiare il modo di accedervi, il pubblico potenziale e soprattutto la sua presenza simbolica nel servizio pubblico.
La Rai giustifica la scelta ricordando gli ascolti molto bassi del canale: lo 0,14 per cento di share medio nel 2024, lo 0,13 nel 2025 e circa lo 0,09-0,10 nei primi mesi del 2026.
Ma proprio qui sta, a mio avviso, l’errore concettuale.
Rai Scuola non è nata per vincere la gara dello share.
Se il metro con cui valutiamo un canale educativo del servizio pubblico diventa esclusivamente quello dell’audience, allora dovremmo avere il coraggio di portare il ragionamento fino alle sue conseguenze: una lezione di fisica deve competere con un talent, Dante con una partita di calcio, la matematica con un cooking show.
È evidente l’assurdità.
Il servizio pubblico esiste precisamente perché alcune cose devono essere offerte anche quando non conquistano milioni di spettatori.
E basta guardare che cosa offre oggi Rai Scuola per comprenderlo: materiali per scuola primaria e secondaria, università, istruzione degli adulti e docenti; matematica, fisica, letteratura, filosofia, storia dell’arte, scienze, tecnologia, lingue; orientamento, intelligenza artificiale, dispersione scolastica, educazione civica. Il portale raccoglie migliaia di contenuti e collabora anche alla diffusione delle Conferenze dei Lincei per la Scuola.
Non è un semplice palinsesto.
È un pezzo dell’infrastruttura culturale pubblica del Paese.
Ed ecco il paradosso.
Mentre questo presidio abbandona il digitale terrestre, la Rai presenta “Italiana”, costruita sul successo del racconto televisivo dei territori e sull’esperienza diLinea Verde. La griglia annunciata comprende borghi, nuovi abitanti, sapori, comunità, patrimonio culturale, imprese italiane, natura, Made in Italy, turismo, folklore, artigianato, eventi, musica popolare. Nella fase iniziale sono previste anche repliche, per poi passare a rimontaggi, nuove produzioni e dirette dalle principali manifestazioni nazionali.
Tutto legittimo.
Mal’Italia non è soltanto il Paese che cucina, produce, ricama, coltiva, festeggia e apparecchia una piazza.
L’Italia è anche — e forse prima di tutto — il Paese che ha pensato.
È Dante e Galileo, Vico e Leopardi, Beccaria e Volta, Maria Montessori ed Enrico Fermi, Gramsci e Croce, Rita Levi-Montalcini e Primo Levi.
È l’Umanesimo, il diritto, l’università medievale, la ricerca scientifica, l’archeologia, la filologia, il design, l’architettura, il cinema, l’industria, l’ingegneria.
È perfino il conflitto fra le sue culture.
Perché l’identità culturale di una nazione non è una fotografia rassicurante. È una stratificazione.
È ciò che una comunitàsa, non soltanto ciò che una comunitàcelebra.
Persino l’UNESCO, quando definisce il patrimonio culturale immateriale, è molto più complessa della rappresentazione folkloristica che spesso ne facciamo: comprende certamente riti, feste e tradizioni, ma anche conoscenze, competenze, espressioni orali, arti performative, saperi sulla natura e capacità artigianali. E soprattutto considera fondamentale non la manifestazione in sé, ma il patrimonio di conoscenze e competenze che viene trasmesso da una generazione all’altra.
La parola decisiva è dunquetrasmissione.
Esattamente ciò che fa la scuola.
Ed esattamente ciò che dovrebbe fare una televisione pubblica.
C’è poi un’altra contraddizione difficile da ignorare.
L’articolo 9 della Costituzione non dice che la Repubblica “promuove le tradizioni italiane”. Dice qualcosa di assai più impegnativo:promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, oltre a tutelare il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Sviluppo della cultura.
Non semplice conservazione.
La differenza è enorme.
E lo stesso Contratto di servizio Rai 2023-2028 assegna al servizio pubblico compiti che comprendono contenuti educativi, storici, artistici, letterari e scientifici, la soddisfazione dei bisogni di conoscenza e approfondimento e l’ampliamento della divulgazione scientifica. Accanto, naturalmente, alla valorizzazione della lingua italiana, della storia, delle tradizioni, del patrimonio e del Made in Italy.
Accanto. Non al posto di.
È questa la questione.
Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra Rai Scuola e il racconto dei territori. Un grande servizio pubblico dovrebbe avere la forza editoriale di fare entrambe le cose.
Anzi, dovrebbe saperle unire.
Perché raccontare un borgo senza raccontarne la storia sociale è promozione turistica. Raccontare una ricetta senza spiegare le migrazioni, la povertà, gli scambi commerciali e le contaminazioni che l’hanno generata è gastronomia televisiva. Raccontare un mestiere senza raccontare l’economia e la trasformazione tecnologica che lo circondano è colore locale.
E raccontare una festa senza spiegarne i simboli, la storia, le stratificazioni religiose e antropologiche significa trasformare la cultura in scenografia.
L’identità comincia precisamente quando dietro la festa si riesce a vedere la storia.
Altrimenti resta la sagra.
C’è infine una questione che riguarda l’accessibilità.
Internet non è più uno strumento elitario, certamente. Gli studenti vivono nel digitale e sarebbe anacronistico negarlo. Ha quindi senso rafforzare RaiPlay Scuola e Learning.
Ma digitalizzare un servizio non obbliga necessariamente a eliminarne la presenza lineare.
La televisione generalista e il digitale terrestre possiedono ancora una caratteristica che l’on demand non ha:l’incontro casuale con la conoscenza.
Si può capitare davanti a una lezione su Leopardi senza averla cercata. Fermarsi davanti a un documentario sull’universo. Ascoltare per dieci minuti un matematico e scoprire qualcosa che non sapevamo di voler conoscere.
L’algoritmo, invece, tende a offrirci ciò che già cerchiamo.
La cultura pubblica dovrebbe fare anche il contrario:metterci davanti ciò che ancora non sappiamo di desiderare.
Per questo la vicenda di Rai Scuola è molto più importante di una semplice modifica di palinsesto.
Riguarda l’idea stessa che abbiamo del servizio pubblico e, soprattutto, l’idea che abbiamo dell’Italia.
Se vogliamo raccontare l’identità italiana, facciamolo.
Ma raccontiamola tutta.
Raccontiamo le feste patronali e Galileo. I tortellini e Marconi. I borghi e le periferie industriali. Gli artigiani e i laboratori del Gran Sasso. Le processioni e la laicità. Il canto popolare e l’opera. Le vigne e le università. La memoria contadina e l’intelligenza artificiale.
Perché una nazione non coincide con la rappresentazione più gradevole che riesce a dare di se stessa.
Una nazione è soprattutto la somma delle conoscenze che decide di trasmettere.
E se per raccontare agli italiani chi sono togliamo spazio proprio al luogo che prova a insegnare loro ciò che possono sapere, rischiamo un curioso cortocircuito: celebrare l’identità mentre ne impoveriamo gli strumenti.
Il folklore è cultura. Una sagra può essere cultura. Una ricetta può custodire secoli di storia.
Ma solo quando qualcuno possiede gli strumenti per leggerli.
Altrimenti abbiamo trasformato l’identità culturale italiana in una lunghissima cartolina televisiva.
Bella, colorata, appetitosa.
E terribilmente più piccola dell’Italia.
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