
A quarantasei anni dalla strage del DC-9 Itavia, il Governo decide di opporsi alla richiesta di archiviazione dell’inchiesta, mentre il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella richiama il “dovere irrinunciabile” di ricomporre la verità. Non è soltanto una vicenda giudiziaria: Ustica continua a interrogare la credibilità delle istituzioni, il rapporto con gli alleati e la capacità dello Stato di non arrendersi davanti ai propri misteri.
Da quarantasei anni l’Italia convive con una verità mutilata.
Ottantuno persone morirono nei cieli del Tirreno, ma insieme a loro precipitò anche qualcosa di ancora più difficile da recuperare: la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Depistaggi, silenzi, documenti spariti, alleati reticenti, versioni ufficiali cambiate nel tempo hanno trasformato Ustica nel simbolo di tutto ciò che uno Stato Democratico non dovrebbe mai diventare.
Per questo la decisione del Governo di opporsi alla richiesta di archiviazione dell’inchiesta non è un semplice atto processuale. È il riconoscimento che la ricerca della verità non può essere dichiarata conclusa finché restano domande senza risposta. E le parole delPresidente della Repubblica Sergio Mattarella,che richiama il dovere di ricomporre i fatti, ricordano che la memoria, da sola, non basta: senza verità, la memoria rischia di diventare soltanto una commemorazione.
La strage di Ustica non è un caso giudiziario qualsiasi. È uno spartiacque nella storia della Repubblica.Da quella notte del 27 giugno 1980 si è sviluppata una delle più lunghe e tormentate vicende investigative italiane, costellata da sentenze, commissioni parlamentari, perizie, depistaggi e documenti rimasti a lungo inaccessibili. Nel corso degli anni è emerso con sempre maggiore forza uno scenario che rimanda a un’azione militare nei cieli del Tirreno, mentre resta ancora senza un nome definitivo chi provocò l’abbattimento del DC-9 Itavia.
Ed è proprio questo il punto che continua a pesare sulla coscienza del Paese.
Non è soltanto una questione giudiziaria
L’opposizione all’archiviazione annunciata da Palazzo Chigi assume un valore che va ben oltre il procedimento penale.
Per la prima volta dopo molti anni lo Stato sceglie di schierarsi esplicitamente dalla parte della prosecuzione delle indagini, raccogliendo anche l’appello dell’Associazione dei familiari delle vittime.
È un segnale istituzionale importante. Non perché garantisca automaticamente una verità definitiva, ma perché afferma un principio: alcune vicende non possono essere chiuse semplicemente perché il tempo è trascorso.
Il diritto alla verità non conosce prescrizione morale.
Il nodo degli alleati
L’aspetto più delicato riguarda però il contesto internazionale. Le nuove piste investigative richiamate dall’Associazione dei familiari – dalla presenza della portaerei franceseFochfino alle attività di velivoli francesi e statunitensi monitorate dai sistemi radar NATO – dovranno naturalmente essere vagliate nelle sedi giudiziarie.
Ma c’è una domanda che resta sospesa da decenni. Perché l’Italia, Paese fondatore dell’Alleanza Atlantica, ha dovuto attendere quasi mezzo secolo senza ottenere una collaborazione piena e trasparente da parte di nazioni considerate alleate?
Una democrazia matura non dovrebbe essere costretta a inseguire documenti, testimonianze e ricostruzioni quando sono in gioco la morte dei propri cittadini e la propria sovranità.
La ferita più profonda
Esiste però una conseguenza ancora più grave della mancata verità giudiziaria. Ustica ha alimentato per decenni una diffidenza crescente verso lo Stato.
Ogni depistaggio, ogni documento scomparso, ogni reticenza ha scavato un solco tra cittadini e istituzioni, rafforzando la convinzione che esistano verità destinate a rimanere inaccessibili.
È un danno enorme per qualsiasi democrazia. Perché quando la fiducia si incrina, a vincere non sono soltanto il sospetto e il complottismo. A perdere è l’autorevolezza stessa delle istituzioni.
Una scelta che riguarda il futuro
Naturalmente nessuno può promettere che, a quarantasei anni dai fatti, si arriverà ai nomi degli autori materiali dell’abbattimento del DC-9. Molte prove potrebbero essere irrimediabilmente perdute. Ma c’è una differenza sostanziale tra una verità difficile da raggiungere e una verità alla quale si decide di rinunciare.
La prima rappresenta un limite della storia. La seconda sarebbe una scelta politica e morale.
Ed è proprio questo che il Governo sembra voler evitare opponendosi all’archiviazione. Perché uno Stato può anche non riuscire a conoscere tutta la verità.
Ma non può permettersi di smettere di cercarla.
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Direttore responsabile di UMBRIAreport.






