
La battuta d’arresto repubblicana ai midterm mette in discussione una concezione del potere: imporre costi agli avversari e sacrifici agli alleati pensando di non pagarne le conseguenze in patria. Dai dazi all’Iran, le contraddizioni di una presidenza arrivano al giudizio degli elettori.
La sconfitta di Donald Trump alle elezioni di metà mandato suggerisce una considerazione che va oltre l’alternanza fra democratici e repubblicani. Il consenso può essere conquistato promettendo di liberare un Paese dai vincoli che ne limiterebbero la forza. Governare richiede, però, di distinguere i vincoli inutili dalle relazioni sulle quali quella stessa forza si regge. È una distinzione che la seconda presidenza Trump ha sistematicamente trascurato.
Le proiezioni che assegnano ai democratici il controllo del Congresso segnano una battuta d’arresto politica per la Casa Bianca. Non autorizzano ancora a stabilire quanto abbia pesato ciascuna scelta dell’amministrazione. Consentono tuttavia di interrogarsi sulla contraddizione che ha attraversato questi due anni: un presidente eletto per proteggere gli americani ha adottato politiche i cui costi sono ricaduti anche, e in alcuni casi soprattutto, sugli americani.
Il punto riguarda la concezione del potere che ha guidato quelle decisioni. Il commercio internazionale, le alleanze militari e le organizzazioni multilaterali sono stati trattati prevalentemente come ambiti nei quali gli Stati Uniti avrebbero concesso troppo, ottenendo troppo poco. Da qui l’idea che fosse sufficiente irrigidire le condizioni, minacciare il disimpegno e rendere imprevedibile il comportamento americano per ristabilire un equilibrio più favorevole.
Una simile politica può strappare concessioni. Il problema è ciò che lascia dopo averle ottenute.
La protezione che aumenta il conto
I dazi rappresentano la manifestazione più evidente di questa contraddizione. Presentati come uno strumento per trasferire all’estero il costo del rilancio americano, hanno mostrato quanto sia difficile separare l’economia nazionale dalle relazioni che la alimentano.
Lo studio delKiel Institute sui dazi del 2025stima che il 96% dell’onere sia rimasto sul lato americano delle importazioni, a carico di importatori e consumatori. Il dato non misura un equivalente aumento dei prezzi nei negozi. Indica però che gli esportatori stranieri hanno assorbito soltanto una parte minima del costo.
La differenza è sostanziale. Un’impresa americana che acquista componenti dall’estero non diventa più competitiva perché paga una tariffa doganale. Può ridurre i margini, trasferire il rincaro ai clienti oppure modificare la produzione. Ciascuna scelta comporta un costo, che la retorica della protezione tende a nascondere.
Naturalmente, nessuna economia può rinunciare a difendere settori strategici. E sarebbe altrettanto semplicistico attribuire ai dazi tutti i problemi del costo della vita negli Stati Uniti. Ma una politica commerciale deve essere giudicata sul rapporto fra benefici e conseguenze, non sulla soddisfazione di aver imposto una condizione a un altro Paese.
Qui si è aperta la distanza fra la rappresentazione presidenziale e l’esperienza quotidiana. Il consumatore può condividere l’obiettivo di rafforzare l’industria nazionale. Più difficilmente accetta che gli venga annunciata una vittoria economica mentre il suo potere d’acquisto resta sotto pressione.
L’Iran e le conseguenze della forza
La guerra all’Iran ha portato questa distanza su un terreno ancora più delicato. La giustificazione americana dell’offensiva avviata insieme a Israele nel febbraio 2026 è stata la necessità di contrastare minacce alla sicurezza e alzare una barriera alle ambizioni nucleari di Teheran. Ma la valutazione di un intervento militare comprende necessariamente anche gli effetti che produce fuori dal campo di battaglia.
Hormuz ne è diventato il punto più evidente. Sarebbe inesatto descrivere lo stretto, prima di febbraio, come un passaggio privo di tensioni. Era però una rotta percorsa da flussi energetici imponenti: nel primo semestre del 2025 vi transitavano mediamente 20,9 milioni di barili di petrolio al giorno.
L’offensiva, le successive azioni iraniane contro la navigazione e il blocco navale statunitense hanno trasformato un rischio strategico in una crisi dei traffici e dell’approvvigionamento. Le responsabilità di Teheran per attacchi e ritorsioni non attenuano la domanda che riguarda Washington: quanto erano state considerate le conseguenze economiche di quella scelta?
Una grande potenza deve saper valutare anche la differenza fra il danno che può infliggere e l’ordine che può costruire. La capacità militare americana non è in discussione. È in discussione l’idea che il suo impiego produca, per ciò stesso, condizioni più favorevoli agli interessi degli Stati Uniti.
Il rincaro dell’energia ha reso la questione comprensibile anche agli elettori meno interessati alla politica estera. La distanza geografica dal conflitto non protegge dal prezzo del petrolio. Una guerra combattuta nel Golfo raggiunge le famiglie attraverso il carburante, i trasporti e i costi della produzione.
È in questo senso che l’Iran può avere rappresentato il passaggio decisivo della crisi di consenso: ha reso visibile il costo di una politica che prometteva di ridurre gli oneri americani nel mondo.
L’Europa costretta a interrogarsi sull’alleanza
Per gli europei la questione è diversa, ma nasce dalla stessa contraddizione. Gli Stati Uniti hanno chiesto agli alleati di assumersi maggiori responsabilità mentre rendevano meno prevedibile il proprio impegno.
La richiesta di un contributo europeo più consistente alla difesa ha ragioni fondate. L’invasione russa dell’Ucraina ha dimostrato quanto fosse imprudente affidare la sicurezza del continente a equilibri ritenuti ormai acquisiti. Non è Trump ad aver creato la minaccia russa, né si possono attribuire a Washington tutte le difficoltà strategiche europee.
Il metodo americano ha però aggravato un problema di fiducia. Al vertice NATO dell’Aia del 2025 gli alleati hanno assunto un impegno al 2035 pari al 5% del Pil: almeno il 3,5% per la difesa e fino all’1,5% per altre esigenze di sicurezza e resilienza. Un obiettivo che impone decisioni finanziarie e industriali di lungo periodo.
Decisioni simili richiedono una prospettiva stabile. Se il rapporto con Washington viene continuamente rimesso in discussione, l’Europa deve contemporaneamente rafforzare l’Alleanza e prepararsi all’eventualità di un sostegno americano meno affidabile. È una condizione onerosa, che non si risolve acquistando più armamenti.
Occorrono capacità comuni, coordinamento produttivo e una definizione degli interessi europei. Su questo terreno i governi del continente portano responsabilità proprie: hanno troppo spesso invocato l’autonomia senza costruirne gli strumenti.
L’Ucraina e la credibilità degli impegni
La guerra russa contro l’Ucraina ha reso ancora più urgente questa esigenza. Il Parlamento europeo documenta il forte aumento dell’assistenza europea nel 2025, che ha quasi compensato il ritiro statunitense negli aiuti considerati. Il prestito europeo da 90 miliardi per il 2026 e il 2027 conferma la dimensione dell’impegno assunto.
Il nodo politico, tuttavia, precede le cifre. Una trattativa può richiedere riservatezza, concessioni e persino cambiamenti di posizione. Deve però permettere di riconoscere un obiettivo e le condizioni necessarie per raggiungerlo. Quando gli impegni appaiono provvisori, anche la possibilità di negoziare da una posizione credibile si indebolisce.
La responsabilità dell’aggressione resta della Russia. Proprio per questo, una politica occidentale efficace dovrebbe ridurre l’incertezza sulle conseguenze dell’aggressione, anziché accrescere quella sulle garanzie offerte all’aggredito.
Il costo politico del disprezzo
Anche il linguaggio rivolto ai leader europei appartiene a questa vicenda. Le svalutazioni pubbliche di Starmer e le derisioni di Macron non sono semplici eccentricità da separare dalle decisioni sostanziali. Sono un modo di rappresentare l’alleanza e il posto che gli interlocutori dovrebbero occuparvi.
La diplomazia non esige cordialità personale. Richiede però di comprendere che un alleato dispone di un’opinione pubblica, di istituzioni e di interessi ai quali deve rispondere. Umiliarlo rende più difficile ottenere la sua collaborazione. Il successo di una battuta davanti al proprio pubblico può diventare un ostacolo al raggiungimento di un risultato comune.
Il disimpegno dalle organizzazioni internazionali risponde a una logica analoga. Il memorandum presidenziale del gennaio 2026 ha disposto iniziative per il ritiro da numerosi organismi, prevedendo per quelli delle Nazioni Unite elencati la cessazione della partecipazione o dei finanziamenti nei limiti consentiti dalla legge.
Quelle istituzioni possono essere inefficienti e richiedere riforme profonde. Ma hanno costituito anche strumenti dell’influenza americana. Abbandonarle significa rinunciare a una parte della capacità di orientare decisioni che continueranno a essere prese.
La sconfitta ai midterm non chiude questa stagione e non priva Trump dei poteri della presidenza. Ne mostra però un limite politico. La superiorità americana non consente di prescindere dalle conseguenze delle proprie scelte, così come la dipendenza degli alleati non rende superflua la loro fiducia.
L’errore è stato ritenere che il costo delle rotture potesse essere trasferito sempre altrove. Gli elettori hanno cominciato a misurare quanto ne fosse rimasto in casa.
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