
La rottura con quattro consiglieri porta allo scoperto il logoramento politico di Palazzo Spada. Tra promesse rimaste senza risposta, conflitti interni e ambizioni nazionali, il sindaco deve fare i conti con i limiti del proprio modello di governo. E Terni rischia di pagare il prezzo della crisi.
Terni – Il problema di Stefano Bandecchi, oggi, non è soltanto avere perso quattro consiglieri. È avere consumato, una frattura dopo l’altra, la credibilità politica di un progetto che nel maggio 2023 aveva conquistato Palazzo Spada promettendo efficienza, decisioni rapide e risultati concreti. La rottura conMarina Severoni, Andrea Sterlini, Andrea Colasanti e Federica Mengaroni, riuniti nel gruppo Con Bandecchi per Terni,mette in discussione la tenuta dell’amministrazione e, soprattutto, smentisce la pretesa di governare una città attraverso la sola forza del comando.
Quella maggioranza larga, presentata come la garanzia di una stagione nuova, si ritrova ora a misurare la propria sopravvivenza sui singoli voti. È un approdo politicamente significativo per chi aveva costruito il proprio successo sulla promessa di superare le lentezze e le mediazioni della politica tradizionale. Alla prova dei fatti, il decisionismo non ha eliminato i conflitti: li ha accumulati fino a renderli difficilmente governabili.
Una rottura annunciata
Lo strappo delle ultime quarantotto ore arriva al termine di un percorso tutt’altro che improvviso. La costituzione, in agosto, di un gruppo consiliare autonomo aveva già segnalato una distanza crescente. Gli scontri in commissione su questioni delicate, dal supermercato di via del Centenario alla cessione della rete del gas, avevano poi mostrato quanto quella distanza fosse diventata sostanziale.
Bandecchi ha provato a riprendere l’iniziativa con il comunicato «Non nel mio nome». Un tentativo di intestarsi la separazione, presentandola come una propria scelta, quando il deterioramento dei rapporti era ormai evidente. Ma cambiare la rappresentazione di una crisi non significa risolverla.
La risposta dei quattro consiglieri, passati ufficialmente all’opposizione e arrivati ad accusare il sindaco di avere tradito il mandato degli elettori, ha chiuso ogni spazio all’ambiguità. Non siamo più davanti a un malumore da ricomporre o a una schermaglia interna: una parte della coalizione che aveva sostenuto Bandecchi considera esaurite le ragioni di quel sostegno.
Il sindaco può contestare questa lettura, ma non può cancellarne il significato politico. Quando il dissenso nasce dentro la propria maggioranza, liquidarlo come un problema di fedeltà personale serve soltanto a evitare la domanda essenziale: perché chi aveva creduto nel progetto ha deciso di abbandonarlo?
Le prime divisioni
Le difficoltà erano emerse già con l’uscita diGuido Verdecchia,che aveva modificato gli equilibri della maggioranza. Da allora, il rapporto tra il sindaco e una parte dei consiglieri si è progressivamente deteriorato. Le divergenze sui provvedimenti avrebbero richiesto un confronto più costante, soprattutto con il ridursi dei numeri a disposizione dell’amministrazione.
A rendere ancora più instabile il quadro ha contribuito il terremoto in giunta dello scorso febbraio, con l’allontanamento dell’ex vicesindacoRiccardo Corridore e degli assessori Viviana Altamura, Giovanni Maggi e Marco Iapadre.
Quella scelta avrebbe dovuto imprimere un nuovo slancio all’amministrazione. Il risultato politico è stato, invece, l’apertura di un ulteriore fronte. La sostituzione di una parte così consistente della squadra non ha cancellato le difficoltà e ha trasferito all’esterno competenze, conoscenze dei dossier e capacità di contestazione.
Gli ex assessori hanno continuato a incalzare l’esecutivo su scuole, impianti sportivi, lavori pubblici e urbanistica, denunciando ritardi e criticità. Contestazioni che devono essere valutate nel merito, ma che provengono da chi quegli uffici e quelle pratiche li ha conosciuti direttamente.
Nel frattempo, nell’area vicina a Corridore ha preso forma il cantiere civico diTerni Concreta.Anche questo è un segnale della dispersione del patrimonio politico raccolto nel 2023: energie che avevano contribuito alla vittoria si stanno organizzando al di fuori del perimetro del sindaco.
Governare contando le presenze
La crisi politica si traduce inevitabilmente in una questione numerica. Dai venti consiglieri iniziali, la maggioranza si ritrova su una soglia di galleggiamento indicata tra quindici e sedici voti. Un margine che rende ogni seduta potenzialmente problematica e ogni assenza più pesante.
L’innalzamento a sedici del quorum per la seconda convocazione, deliberato a gennaio, aggiunge un elemento di difficoltà. Garantire il numero legale diventa parte integrante della trattativa politica quotidiana.
È un rovesciamento evidente delle premesse iniziali. Il sindaco che prometteva di liberare Terni dalle liturgie della vecchia politica deve ora confrontarsi con presenze, disponibilità esterne e possibili convergenze sui singoli provvedimenti.
Non basta riuscire ad aprire una seduta per dimostrare di avere ancora una maggioranza. La questione è disporre di un sostegno riconoscibile, coerente e capace di assumersi la responsabilità delle scelte.
Le possibili stampelle e il nodo del bilancio
Subito dopo lo strappo sono circolate ipotesi di un rimpasto destinato ad allargare il perimetro dell’esecutivo. Tra i nomi richiamati, quelli di Valdimiro Orsini, della Lista Civica per Masselli Sindaco, e Francesco Ferranti, di Forza Italia, per le disponibilità manifestate in alcuni passaggi consiliari.
Orsini ha però preso le distanze dall’ipotesi: «Non sono interessato ad alcun rimpasto di giunta», ha dichiarato in una nota.
La precisazione ha un significato preciso. Valutare un singolo atto o contribuire al funzionamento del Consiglio non equivale ad assumere la responsabilità politica dell’amministrazione. E, in questa fase, entrare in giunta significherebbe condividere anche il peso delle difficoltà accumulate.
Il banco di prova sarà la sessione di bilancio. Su quel terreno si misurerà la capacità del sindaco di raccogliere i voti necessari e di dimostrare l’esistenza di una maggioranza effettiva. Le disponibilità occasionali e le assenze favorevoli possono agevolare alcuni passaggi; non costituiscono, da sole, un progetto di governo.
Una sigla a Terni, un’altra fuori città
A questa fragilità si aggiunge una contraddizione politica. A Palazzo Spada continua a esistere il gruppo diAlternativa Popolare, mentre sul piano nazionale Bandecchi ha puntato sul nuovo movimentoDimensione Bandecchi.
La personalizzazione è ormai esplicita: il nome del leader diventa il contenitore dell’iniziativa politica. Ma resta da capire quale rapporto esista tra questa proiezione nazionale e le esigenze della città amministrata.
Proprio mentre la maggioranza ternana attraversava la crisi, il sindaco era impegnato in Lombardia per lanciare la corsa alle comunali di Varese, con lo slogan «O si fa Varese o si muore», e successivamente in Abruzzo per le suppletive di Chieti.
Sono iniziative legittime, ma politicamente discutibili quando l’amministrazione di cui si è alla guida perde pezzi. La domanda è inevitabile: quanta attenzione resta per Terni, mentre si moltiplicano gli appuntamenti destinati a costruire una presenza altrove?
I risultati elettorali fin qui richiamati — dallo 0,39% delle Europee allo 0,34% in Liguria, con circa duecento preferenze personali, fino al 2,16% delle Regionali umbre e allo 0,42% in Campania — restituiscono peraltro una distanza considerevole tra l’esposizione del leader e il consenso raccolto.
La visibilità, da sola, non costruisce radicamento. E non può compensare le difficoltà della città dalla quale quella visibilità ha ricevuto una spinta decisiva.
Le promesse alla prova dei risultati
Il nodo centrale resta infatti il bilancio amministrativo. Bandecchi aveva chiesto fiducia promettendo una discontinuità forte, misurabile, rapida. È su quel metro, scelto da lui stesso, che oggi deve essere giudicato.
LoStadio-Clinica,tra i principali argomenti della campagna elettorale del 2023, non ha ancora prodotto il cantiere annunciato. LaTernana Calcioè passata di mano. Il nuovo ospedale, prospettato in tre anni con un investimento di 180 milioni di euro, resta una promessa senza l’esito indicato.
Sul fronte fiscale, non si è vista lariduzione delle tasse comunaliattesa, mentre rincari tariffari, contestazioni sullaZtl di piazza del Mercatoeprogetto di cessione della rete del gashanno alimentato ulteriori tensioni.
A queste questioni si sommano le criticità denunciate sulla manutenzione di strade, scuole e impianti sportivi, le difficoltà del centro storico e i conflitti sulle scelte commerciali e urbanistiche.
Ogni dossier ha responsabilità, procedure e vincoli che vanno esaminati singolarmente. Ma proprio per questo la promessa di risolvere tutto attraverso la volontà di un uomo si rivela insufficiente. Governare richiede capacità di realizzazione, continuità amministrativa e costruzione del consenso sulle decisioni.
La distanza tra gli annunci e i risultati non può essere colmata alzando la voce.
Il sospetto di una via d’uscita
Dentro questo scenario prende spazio un interrogativo politico: Bandecchi vuole ancora ricomporre una maggioranza per amministrare Terni oppure considera ormai possibile una conclusione anticipata dell’esperienza?
Non ci sono elementi sufficienti per attribuirgli un piano deliberato. L’ipotesi che stia cercando una rottura utile alla propria narrazione resta, dunque, un’interpretazione politica.
Lo schema, tuttavia, è riconoscibile. Un’eventuale caduta potrebbe essere raccontata come l’effetto del tradimento dei consiglieri e dell’ostilità dei «politici di professione». Il sindaco ostacolato, l’imprenditore fermato, il cambiamento impedito: una narrazione spendibile in una futura candidatura parlamentare, qualora si aprisse quella prospettiva.
Ma sarebbe una spiegazione profondamente parziale. Prima dei presunti sabotatori vengono le scelte del sindaco, i rapporti deteriorati, le squadre cambiate e la responsabilità di avere disperso una maggioranza inizialmente ampia.
Chi si presenta come l’unico artefice possibile del successo non può attribuire agli altri l’intera responsabilità dell’insuccesso.
Terni non può diventare il capitolo da chiudere per aprire una nuova campagna personale. I cittadini hanno affidato a Bandecchi un mandato amministrativo, con problemi da affrontare e impegni da rispettare. È a loro che deve rispondere.
Se questa esperienza arriverà al capolinea, il giudizio dovrà riguardare ciò che è stato fatto, ciò che è rimasto incompiuto e le ragioni politiche della crisi. La parola «tradimento» non può diventare l’alibi con cui archiviare le promesse mancate.
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