
Federico Mollicone con Paola Idilla Carella durante l’intervista realizzata a Todi in occasione del Todi Festival 2026
Intervista speciale di Paola Idilla Carella al presidente della Commissione Cultura della Camera Federico Mollicone durante il Todi Festival 2026. Dalla nuova Anagrafe digitale dei beni culturali alla sussidiarietà, dallo spettacolo dal vivo alle rievocazioni storiche: il confronto si allarga alla capacità dell’Umbria di trasformare patrimonio e identità in sviluppo turistico. E Terni potrebbe diventare un laboratorio nazionale.
TODI– L’identità culturale è diventata una delle parole più utilizzate nel dibattito pubblico italiano. Ma tra la rivendicazione dell’identità e la sua capacità di generare sviluppo esiste uno spazio enorme, ed è proprio lì che si misura l’efficacia delle politiche culturali.
Per chi si occupa diturismo, economia del turismo e valorizzazione dei territori, la questione non può limitarsi alla tutela del patrimonio né alla moltiplicazione degli eventi. La domanda è un’altra:come si trasforma un bene culturale, materiale o immateriale, in un elemento capace di produrre conoscenza, attrattività, permanenza, occupazione e valore per una comunità, senza snaturarlo?
È da questa prospettiva che, in occasione delTodi Festival 2026, ho incontratoFederico Mollicone, presidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei deputati.
Todi è, del resto, un osservatorio particolarmente interessante. Un festival arrivato al quarantesimo anniversario non è più soltanto una manifestazione: diventa parte dell’identità della città, ne rafforza la reputazione e contribuisce alla costruzione della destinazione.
Ed è proprio dal rapporto traidentità, patrimonio e strategia nazionaleche parte la nostra conversazione.
Presidente Mollicone, si parla moltissimo di valorizzazione dell’identità culturale italiana. Ma il punto, a mio avviso, è capire che cosa dobbiamo finanziare: singole iniziative di valorizzazione oppure una vera strategia nazionale capace di mettere insieme patrimonio, territori e soggetti economici?
«Abbiamo scelto, come Parlamento, come maggioranza e come Presidenza della Commissione Cultura – e sono onorato di esserne il presidente – di mettere in campo una strategia nazionale. Il 17 marzo 2026 è stata approvata una legge di riforma storica, perché va a modificare il Codice dei beni culturali e a istituire la prima Anagrafe digitale dei beni culturali, che darà corpo e vita al principio di sussidiarietà, oggi sancito dalla Costituzione ma che, di fatto, non è mai stato applicato in maniera pienamente operativa».
È un passaggio tutt’altro che secondario. Uno dei problemi della valorizzazione turistica e culturale italiana è infatti laframmentazione: conosciamo spesso il singolo museo, il monumento o l’evento, molto meno il sistema di relazioni che può esistere intorno a quel patrimonio.
Un’anagrafe, se utilizzata soltanto come catalogo, rischierebbe di diventare un altro grande archivio. Diverso sarebbe trasformarla in uno strumento di programmazione e di incontro tra patrimonio e progettualità.
È questo il punto? Fare dell’Anagrafe non soltanto uno strumento di conoscenza, ma anche uno strumento operativo?
«Oltretutto sarà la prima Anagrafe digitale, anche a livello europeo, gestita da un Ministero e quindi da una struttura pubblica. L’obiettivo sarà quello di far incontrare domanda e offerta: da una parte società, cooperative, organizzazioni e associazioni private che intendono prendersi cura, gestire e valorizzare beni pubblici; dall’altra, non soltanto beni pubblici ma anche dimore storiche che, pur essendo private, sono di fatto di interesse pubblico. Questa è una vera rivoluzione nel segno della sussidiarietà».
Il vero nodo: costruire una filiera intorno al patrimonio
Ed è qui che la questione culturale incontra direttamente l’economia del turismo. La valorizzazione non coincide semplicemente con l’aumento del numero dei visitatori.
Un territorio crea valore quando il visitatorerimane più a lungo, acquista servizi, incontra le produzioni locali, utilizza la ricettività, frequenta ristoranti e attività commerciali, raggiunge un secondo e un terzo attrattore e possibilmente ritorna.
In altre parole: il patrimonio deve diventare parte di unprodotto di destinazione, non essere considerato un’isola.
Quando parla di sussidiarietà, quindi, possiamo immaginare un modello nel quale il pubblico mantiene la regia e la tutela, mentre associazioni, cooperative e imprese contribuiscono a generare servizi e nuove modalità di fruizione?
Mollicone conferma questa impostazione, indicando nello spettacolo dal vivo uno degli strumenti attraverso i quali ampliare la funzione dei luoghi culturali.
«Finanziamo con 5 milioni e mezzo di euro all’anno lo spettacolo dal vivo nei musei, nei luoghi della cultura e nei siti archeologici. Anche questo è un aspetto che può interessare Todi e, più in generale, le città d’arte. È una visione sussidiaria perché, attraverso la cultura e lo spettacolo dal vivo, si possono valorizzare luoghi che altrimenti sarebbero poco frequentati».
Dall’evento alla destinazione
La distinzione, però, è essenziale. Portare uno spettacolo in un sito archeologico significa creare un evento.Costruire attorno a quello spettacolo un percorso che comprenda mobilità, visita, ristorazione, pernottamento e altre esperienze territoriali significa creare turismo.
Sono due cose profondamente diverse.Ed è probabilmente questo il passaggio che oggi le città d’arte, soprattutto quelle di piccola e media dimensione, devono affrontare.
Todi rappresenta un esempio interessante: il Festival richiama pubblico, ma la sfida turistica è riuscire a trasformare chi viene per uno spettacolo in un visitatore della città e del territorio. È questa l’evoluzione che immagina anche attraverso la nuova legge?
Mollicone allarga il ragionamento anche agli altri strumenti della riforma: «C’è un altro asse della legge di riforma che punta a semplificare e potenziare il mercato dell’arte – prosegue – favorendo una maggiore semplificazione delle procedure. Tutto questo si inserisce anche nel significato della presenza della Commissione Cultura qui a Todi, con la medaglia della Camera che abbiamo consegnato al fondatore del Festival in occasione del quarantesimo anniversario dello storico Todi Festival. Un riconoscimento che va anche al sindaco Ruggiano, che in questi undici anni di sindacatura ha fortemente voluto e valorizzato il Festival, favorendo anche il ritorno del suo fondatore».
Il riferimento è al ritorno di Silvano Spada, fondatore del Todi Festival, alla guida artistica della manifestazione.
Ma proprio il caso Todi permette di andare oltre la cronaca dell’anniversario.
Quarant’anni di festival producono un capitale che non è soltanto culturale. Produconoreputazione della destinazione, memoria collettiva, immagine esterna, relazioni e riconoscibilità. Elementi che nell’economia contemporanea del turismo hanno un valore molto concreto.
L’Umbria e il patrimonio immateriale
Da qui nasce la seconda questione che ho posto a Mollicone. L’Umbria possiede una caratteristica particolare: oltre a un patrimonio materiale straordinariamente diffuso, conserva un sistema altrettanto forte dipatrimonio immaterialefatto di feste, riti, tradizioni, rievocazioni e manifestazioni storiche.
Ma anche in questo caso bisogna distinguere tra conservazione folkloristica e politica culturale.
L’Umbria può diventare un laboratorio proprio perché possiede città d’arte, piccoli centri e un patrimonio immateriale molto forte. È una regione che può interpretare in maniera particolare questa strategia nazionale?
«Sì. Non solo. Sono orgoglioso di essere stato anche il primo firmatario della storica legge sulle rievocazioni storiche».
Le rievocazioni possono allora essere considerate non semplicemente manifestazioni locali, ma parte di un vero circuito culturale e turistico?
«L’Umbria è l’unica regione italiana nella quale tutte le rievocazioni storiche delle sue città d’arte sono finanziate dal Ministero della Cultura. È la dimostrazione di come esista un altro importante circuito legato all’identità storica, quello delle rievocazioni, nel quale l’Umbria è capofila a livello nazionale».
L’identità non è marketing territoriale
È probabilmente qui che occorre fare un ulteriore passo.
Identità culturale e marketing territoriale non sono sinonimi.
L’identità non si inventa a tavolino e, soprattutto, non può essere ridotta alla costruzione di un’immagine turistica accattivante. Nasce dalla storia di una comunità, dai paesaggi, dal lavoro, dalle trasformazioni economiche, dall’architettura, dalle tradizioni e perfino dalle contraddizioni di un territorio.
Il turismo arriva dopo. Il compito di una politica turistica evoluta è riconoscere quell’identità, organizzarla in una narrazione comprensibile e trasformarla in un sistema di esperienzesenza banalizzarla.
Per questo ritengo che la strategia prospettata da Mollicone possa trovare proprio in Umbria un terreno interessante di sperimentazione.
E non soltanto nelle città che possiedono una riconoscibilità turistica già consolidata.
L’analisi – E se il laboratorio fosse Terni?
C’è infatti un territorio nel quale questa impostazione potrebbe essere particolarmente innovativa:Terni. Perché Terni possiede un problema che, dal punto di vista turistico, può trasformarsi in un’opportunità.
Non ha un’unica identità da offrire. Ne possiede molte.
LaCascata delle Marmoreracconta il paesaggio e l’acqua.Carsulaeracconta Roma e l’archeologia.Papignoracconta l’industria, il cinema e la trasformazione produttiva.Piedilucomette insieme lago, paesaggio e sport. Il patrimonio industriale racconta invece uno dei passaggi fondamentali della modernizzazione italiana.
Sono identità apparentemente lontane.
In realtà possono costituire una narrazione straordinariamente contemporanea:la trasformazione del territorio attraverso l’uomo, dall’antichità all’industria, fino alla cultura e alla produzione creativa contemporanea.
Un progetto territoriale strutturato nel quale Cascata, Carsulae, Papigno, Piediluco, centro urbano e borghi non vengano promossi separatamente, ma diventino le tappe di una stessa esperienza: attraverso un pass territoriale di 48 o 72 ore, spettacoli nei siti culturali e archeologici, mobilità dedicata, percorsi di archeologia industriale, produzioni audiovisive a Papigno, enogastronomia, sport e natura potrebbero costituire un unico prodotto di destinazione.
Ma aggiungerei un elemento che considero indispensabile:misurare i risultati.
Non soltanto presenze o biglietti venduti, ma permanenza media, spesa generata, occupazione, imprese coinvolte, numero di attrattori visitati dallo stesso turista, stagionalità e capacità degli eventi di produrre pernottamenti.
Perché nell’economia del turismo il successo non è avere più persone per poche ore. Ègenerare più valore per il territorio.
Da Todi una domanda che riguarda tutta l’Umbria
L’intervista con Federico Mollicone parte quindi dal Todi Festival, ma porta inevitabilmente altrove.
Ci porta a chiederci quale modello di sviluppo voglia scegliere l’Umbria. Possiamo continuare ad avere festival, monumenti, rievocazioni, musei, siti archeologici e straordinari paesaggi che procedono prevalentemente lungo traiettorie separate.
Oppure possiamo provare a costruire unaeconomia della cultura e del turismo fondata sulle identità territoriali, nella quale tutela, imprese, creatività, mobilità e ospitalità diventino parti dello stesso sistema.
È questa, a mio avviso, la vera sfida contenuta nelle parole di Mollicone. Perché un’identità culturale può essere tutelata per legge. Può essere censita in un’Anagrafe. Può essere sostenuta attraverso finanziamenti.
Ma per diventare realmente una risorsa per una comunità deve esserericonosciuta, organizzata, resa accessibile e trasformata in progetto.
E forse l’Umbria, proprio per le sue dimensioni e per la straordinaria densità del suo patrimonio, potrebbe essere il luogo giusto in cui provarci.
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