
Scultore, collezionista, intellettuale e mediatore culturale: a trent’anni dalla morte, la mostra “Aurelio De Felice et ses amis à Paris et en Italie”, curata da Massimo Duranti e Andrea Baffoni, ricompone a San Gemini una personalità molto più complessa di quanto racconti l’etichetta di artista umbro. Tra sculture, dipinti e una straordinaria raccolta grafica che attraversa Picasso, Léger, Cocteau, Miró, Chagall, Kandinskij e Max Ernst, emerge soprattutto il De Felice capace di mettere Terni in relazione con l’Europa.
Ci sono artisti che la storia dell’arte colloca al centro e altri che, per ragioni geografiche, critiche o semplicemente per inerzia della memoria, finiscono progressivamente ai margini. Aurelio De Felice appartiene a una terza categoria, forse ancora più interessante: quella degli artisti la cui importanza è stata riconosciuta, documentata e persino istituzionalizzata, ma che continuano a essere percepiti come figure prevalentemente territoriali.
È il paradosso dal quale prende le mosse“Aurelio De Felice et ses amis à Paris et en Italie”, la mostra allestita a San Gemini nel trentennale della morte dello scultore, curata daMassimo Duranti e Andrea Baffoni,promossa e coordinata da Piero Zannori per San Gemini Arte. Il percorso, articolato tra Palazzo Vecchio e la Sala culturale di Stazioni di Posta, mette in relazione le opere dello scultore con quel sistema di incontri, interessi e suggestioni internazionali che ne accompagnò la vicenda artistica e intellettuale.
Non è semplicemente una retrospettiva. E probabilmente sarebbe riduttivo leggerla come tale.
La questione posta dalla mostra riguarda piuttostola posizione di De Felice nel Novecento italiano e il sistema di relazioni culturali dentro il quale si è formato e ha operato. Una prospettiva che sposta immediatamente il baricentro: da Terni a Roma, da Roma a Parigi, per tornare infine a Terni. Non secondo il consueto schema centro-periferia, ma attraverso un continuo movimento di andata e ritorno nel quale la provincia diventa luogo di restituzione di quanto acquisito sulla scena internazionale.
«De Felice è stato uno scultore di vaglia della metà del Novecento, ternano, che ha avuto successo a livello nazionale ed europeo, ma soprattutto è stato un grande uomo di cultura», sottolinea Massimo Duranti.
Ed è proprio quel“ma soprattutto”a contenere la chiave della mostra.
De Felice oltre De Felice
Nato a Torreorsina nel 1915, Aurelio De Felice arriva giovanissimo a Roma, studia all’Accademia di Belle Arti ed entra nell’ambiente artistico della capitale. Nel 1940 tiene la sua prima personale, presentata da Renato Guttuso. Ma è il secondo dopoguerra a imprimere alla sua esperienza una dimensione definitivamente internazionale.
Nel1950 fonda a Parigi insieme a Gino Severini la Scuola d’Arte Italiana, su incarico del Ministero degli Affari Esteri, dirigendola fino al 1955. Nella capitale francese entra in contatto con una scena artistica nella quale gravitano, tra gli altri, Picasso, Cocteau, Chagall, Léger, Giacometti e Brancusi.
Non è un dettaglio biografico.
Parigi in quegli anni è ancora uno dei grandi laboratori della modernità europea, benché New York abbia ormai cominciato a contendere alla capitale francese il ruolo di epicentro dell’arte contemporanea. De Felice vi arriva non da osservatore periferico ma comepromotore dell’arte italiana, costruendo relazioni e soprattutto sviluppando quella curiosità internazionale che continuerà a influenzarne le scelte una volta rientrato in Italia.
È in questo senso che il titolo della mostra,et ses amis à Paris et en Italie, deve essere interpretato con una certa libertà.
Lo chiarisce lo stesso Duranti: gli “amici” sono «amici ovviamente tra virgolette, perché non tutti gli artisti erano direttamente in contatto con lui». Più che ricostruire una compagnia conviviale di grandi nomi del Novecento, dunque, il percorso individuauna geografia intellettuale: gli artisti conosciuti personalmente, quelli frequentati, quelli ammirati e collezionati, gli autori che contribuirono alla formazione dell’orizzonte culturale di De Felice.
Ed è forse questa precisazione a evitare uno dei rischi più frequenti nelle mostre dedicate ad artisti territorialmente decentrati: utilizzare Picasso, Chagall o Kandinskij come medaglie da appuntare alla biografia del protagonista.
Qui il rapporto è più interessante.
La collezione come autoritratto
Il vero colpo di prospettiva della mostra di San Gemini consiste infatti nell’affiancare alle opere di De Felice lagrafica internazionale che egli stesso raccolse.
«Per la prima volta presentiamo insieme alle sculture la grafica d’autore che lui ha collezionato partendo dai suoi rapporti a Parigi con i più grandi artisti del Novecento, da Picasso a Léger, Cocteau, Max Ernst», spiega Duranti.
È un passaggio essenziale perché una collezione privata, quando nasce da una frequentazione culturale autentica, finisce inevitabilmente per trasformarsi in una forma di autoritratto.
Guardare ciò che un artista ha scelto di possedere significa, in qualche misura, entrare nel suo laboratorio mentale.
La raccolta grafica appartenuta a De Felice e oggi conservata a Terni contacirca 250 opere, con lavori di Picasso, Miró, Kandinskij, Chagall, Braque, Léger e di numerosi altri protagonisti del XX secolo.
Acqueforti, litografie, incisioni, serigrafie: tecniche spesso relegate, nell’immaginario generalista, a una posizione subordinata rispetto al “pezzo unico”, ma che nel Novecento furono invece strumenti decisivi per lacircolazione delle idee dell’avanguardia.
È qui che l’operazione di De Felice acquista un valore che supera il collezionismo.
Portare quelle opere a Terni significava far transitare immagini, linguaggi e codici visivi dal cuore dell’Europa verso una città industriale dell’Italia centrale. Significava costruire una piccola infrastruttura culturale della modernità.
«Questa è la sua apertura mentale europea», dice Duranti. «Le grafiche dei grandi artisti sono in gran parte nelle cassettiere, perché De Felice ne ha donate, dopo averle collezionate, circa duecentocinquanta. Ovviamente non possono essere tutte esposte. Noi ne abbiamo tirate fuori alcune, note e meno note, proprio per far vedere questa apertura».
Una frase che introduce anche un problema museologico tutt’altro che marginale:quanto patrimonio rimane invisibile nei depositi dei musei?
La mostra di San Gemini funziona allora anche come dispositivo di riattivazione. Non importa soltanto esporre De Felice, ma rimettere in circolo il patrimonio che De Felice volle restituire alla comunità.
Due mostre dentro una mostra
Il progetto curatoriale si articola in due sedi e questa divisione, apparentemente logistica, produce invece due differenti livelli di lettura.
APalazzo Vecchiosi trova il nucleo più consistente: circa trenta sculture che attraversano diversi decenni della ricerca di De Felice, dalla metà degli anni Trenta agli anni Settanta, insieme alla grafica, ad alcuni dipinti e alle opere degli artisti inseriti nella sua costellazione culturale.
È la parte pubblica, potremmo dire storica, della mostra: quella nella quale l’artista viene collocato dentro il proprio tempo.
NellaSala culturale di Stazioni di Posta, invece, il racconto si fa più raccolto. Una selezione di opere grafiche consente di entrare quasi privatamente nelle inclinazioni culturali dello scultore, nella sua attrazione per l’avanguardia e nella volontà di trasferirne le esperienze nel territorio dal quale proveniva.
Non è dunque la distinzione tramajoreminor arts, tra scultura e grafica. È piuttosto il confronto fral’opera prodotta e l’opera scelta.
Ciò che De Felice scolpiva racconta l’artista. Ciò che collezionava racconta l’intellettuale.
Ed è precisamente nello spazio fra queste due identità che la mostra acquista interesse.
Quel ragazzo di legno che guarda il Novecento
Fra le opere scultoree, particolare rilievo assume l’Adolescente, scelto anche come immagine guida della mostra.
«È una rara scultura in legno», racconta Duranti. «Un adolescente dalle linee perfette, direi veramente ieratiche in qualche maniera. È con questa scultura che De Felice ha cominciato ad affermarsi a livello nazionale».
Ieratico è un termine significativo.
Perché nella scultura di De Felice il corpo non è mai soltanto esercizio anatomico. È semplificazione, tensione, riduzione all’essenziale. La figura tende a perdere la contingenza del ritratto per trasformarsi in presenza.
Ed è proprio qui che emerge l’originalità di un autore difficile da racchiudere in un’unica appartenenza.
Nella sua ricerca convivono l’esperienza romana, la memoria della grande tradizione plastica italiana, la fascinazione per forme primitive e arcaiche e il confronto con le fratture formali del Novecento. Non si tratta di inseguire le avanguardie, quanto di metabolizzarle attraverso una sensibilità profondamente personale.
Persino durante gli anni parigini De Felice non abbandona la propria grammatica per mimetizzarsi nelle tendenze dominanti.
Assorbe. Guarda. Seleziona.
Ed è forse questa capacità dinon essere provinciale senza dover rinunciare alla propria provenienzaa renderlo oggi particolarmente interessante.
Il paradosso della memoria
Rimane però un problema. De Felice è l’artista al quale Terni ha intitolato il proprio Museo d’Arte Moderna e Contemporanea; una parte sostanziale della sua produzione e delle sue raccolte appartiene al patrimonio pubblico della città. Eppure continua a essere, soprattutto per le generazioni più giovani, una figura relativamente poco conosciuta.
Un paradosso solo apparente.
Intitolare un museo a un artista non significa automaticamente mantenerne viva la presenza culturale. La memoria non è mai definitiva: ha bisogno di essere continuamente riattivata, reinterpretata, rimessa in discussione.
Ed è anche in questa prospettiva che acquista significato il lavoro portato avanti a San Gemini: la promozione e il coordinamento diPiero Zannori per San Gemini Artesi inseriscono infatti in un percorso ormai consolidato di attenzione verso i protagonisti dell’arte umbra e italiana del Novecento.
«A San Gemini sono vent’anni che presentiamo il meglio dell’arte umbra del Novecento», ricorda Duranti. «Quest’anno abbiamo scelto Aurelio De Felice con il meglio delle sue sculture».
Ma la scelta più significativa è stata quella di non fermarsi alle sculture.
Un artista locale? No, un mediatore europeo
Il punto, alla fine, è precisamente questo.
De Felice non ha bisogno di Picasso per diventare importante. E la mostra sarebbe fraintesa se la presenza dei grandi maestri internazionali venisse utilizzata semplicemente per accrescerne il prestigio per prossimità.
È vero piuttosto il contrario.
Picasso, Cocteau, Léger, Chagall, Miró, Kandinskij, Braque ed Ernst servono a comprendere De Felice, a ricostruire il campo visivo dentro il quale si muoveva, la qualità dei suoi interessi e soprattutto la dimensione internazionale della sua idea di cultura.
Per questo la parte probabilmente più contemporanea della mostra non riguarda le forme delle sculture, ma l’idea stessa di artista che ne emerge.
De Felice non è solamente colui che produce oggetti.
È colui che crea relazioni, fonda scuole, insegna, dirige istituzioni, raccoglie opere, trasferisce conoscenze e infine consegna alla comunità una parte consistente di ciò che ha costruito nel corso di una vita.
Dopo l’esperienza francese, d’altronde, la sua attività pedagogica e istituzionale continua in Italia: dirige le scuole d’arte di Acqui Terme e Volterra e nel 1961 fonda a Terni, su invito del Ministero della Pubblica Istruzione, l’Istituto Statale d’Arte “Orneore Metelli”, che guiderà fino al 1978.
È una biografia che obbliga a rivedere anche la definizione di “artista ternano”.
Ternano, certamente. Ma nel significato più fertile del termine: non chi resta chiuso dentro un’identità geografica, bensì chi parte, incontra il mondo e torna portandone con sé frammenti.
Ed è forse questa l’eredità più attuale di Aurelio De Felice.
In tempi nei quali territori e istituzioni culturali cercano continuamente formule per parlare di internazionalizzazione, la sua storia ricorda che l’apertura internazionale non nasce dalla semplice importazione di grandi nomi. Nasce dalla capacità dicostruire scambi, produrre conoscenza e poi restituirla.
Da Torreorsina a Roma.
Da Roma a Parigi.
Da Parigi di nuovo a Terni.
Il viaggio di Aurelio De Felice, in fondo, è stato proprio questo: trasformare la periferia non nel luogo dal quale fuggire, ma nel luogo nel quale far arrivare il mondo.
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