Dalla nave da crociera al laboratorio: perché il caso hantavirus riporta al centro la strategia pandemica globale
Il nome è tornato improvvisamente nelle cronache internazionali dopo il focolaio scoppiato a bordo della nave da crociera olandese MV Hondius, partita dall’Argentina e approdata alle Canarie con diversi casi gravi di infezione e almeno tre vittime. Ma l’hantavirus non è una nuova emergenza: è un patogeno conosciuto da decenni, considerato dagli esperti uno dei virus più pericolosi tra quelli trasmessi dai roditori.
A riportarlo sotto i riflettori è ora anche la corsa scientifica ai vaccini di nuova generazione. La società biotech statunitense Moderna ha confermato di essere impegnata nello sviluppo di un vaccino a mRna contro l’hantavirus, in collaborazione con il Vaccine Innovation Center della Korea University. Una ricerca avviata già nel 2023, ben prima del caso Hondius, ma che oggi assume un significato geopolitico e sanitario molto più ampio.
La vicenda ricorda una lezione che il mondo ha imparato durante il Covid: i vaccini non si progettano quando l’emergenza esplode, ma molto prima.
L’hantavirus è trasmesso principalmente attraverso il contatto con urine, saliva o feci di roditori infetti. Alcuni ceppi provocano febbri emorragiche con sindrome renale, diffuse soprattutto in Asia ed Europa, altri — come il virus Andes identificato sulla Hondius — causano una grave sindrome polmonare con tassi di mortalità che possono arrivare fino al 40%.
Ed è proprio il virus Andes a preoccupare maggiormente gli epidemiologi: è infatti l’unico hantavirus per cui sia stata documentata una trasmissione da persona a persona.
Attualmente non esiste alcun vaccino approvato in Europa, Stati Uniti o America Latina contro questa infezione. La Corea del Sud rappresenta un’eccezione parziale grazie a Hantavax, un vaccino inattivato di vecchia generazione, oggi però considerato superato sia per efficacia sia per metodo produttivo.
È in questo vuoto che si inserisce la strategia di Moderna. L’azienda americana sta utilizzando la stessa piattaforma tecnologica a mRna sviluppata durante la pandemia Covid per costruire vaccini capaci di essere adattati rapidamente a virus emergenti. Una tecnologia che permette di accelerare i tempi di ricerca, evitare la coltura del virus vivo e rendere più semplice la produzione industriale.
Secondo quanto emerso dai primi studi del gruppo guidato dal professor Park Man-sung della Korea University, i vaccini sperimentali hanno già mostrato risultati promettenti nei topi, prevenendo l’infezione da hantavirus. Ma la strada resta lunga: il progetto è ancora in fase preclinica e non sono iniziati i test sugli esseri umani.
Il punto centrale, tuttavia, non è soltanto scientifico. È economico e strategico.
Dopo l’annuncio, il titolo di Moderna è salito in poche ore da 49 a 55 dollari. Un rialzo che gli analisti leggono non tanto come aspettativa commerciale immediata, quanto come una nuova validazione della piattaforma mRna in un momento storico in cui la biotecnologia sta ridefinendo gli equilibri dell’industria farmaceutica globale.
La pandemia di Covid aveva trasformato i vaccini a mRna in uno strumento di risposta rapida. Oggi la sfida è diversa: passare dalla gestione dell’emergenza alla costruzione di una vera architettura preventiva contro i virus ad alto rischio pandemico.
Non è un caso che Moderna stia lavorando contemporaneamente anche su vaccini contro influenza aviaria, norovirus e altri patogeni considerati prioritari dalle agenzie internazionali.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, per ora, esclude che il focolaio della Hondius possa trasformarsi in una nuova pandemia. La trasmissione interumana resta limitata e richiede contatti molto stretti. Ma proprio questa apparente “marginalità” rappresenta il terreno su cui oggi si muove la ricerca scientifica globale: intervenire prima che un virus diventi ingestibile.
In fondo, il vero cambiamento lasciato dal Covid non è soltanto tecnologico. È culturale. Il mondo ha capito che la sicurezza sanitaria è ormai parte integrante della sicurezza economica, geopolitica e industriale.
E nella nuova geografia delle emergenze globali, i vaccini non sono più soltanto farmaci: sono infrastrutture strategiche.
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