Dal modello cooperativo delle piante agli equilibri tra popoli e imperi: il festival trasforma la storia in uno strumento per leggere le fragilità contemporanee
C’è un filo che lega le radici degli alberi alle strutture degli imperi. Non è una suggestione poetica, è una chiave di lettura. Ed è esattamente su questo terreno che si muove il Festival dei Popoli Italici, in programma dall’8 al 10 maggio al Teatro Flavio Vespasiano di Rieti.
Non un semplice festival storico, ma un tentativo – riuscito – di riportare al centro una domanda che oggi fatichiamo a porci: che cosa significa essere comunità?
La prima edizione, dedicata al tema La primavera sacra, parte da lontano per arrivare molto vicino. Perché raccontare i popoli italici prima di Roma significa, in realtà, mettere in discussione una narrazione lineare della storia e tornare a un’Italia fatta di differenze, conflitti, equilibri instabili.
Ad aprire le due serate d’autore sarà Stefano Mancuso, con la lezione-spettacolo La tribù degli alberi. Un intervento che, sotto la superficie scientifica, ha una portata quasi politica. Mancuso ribalta il paradigma: le piante non sono elementi passivi, ma sistemi intelligenti, capaci di cooperazione, adattamento e comunicazione.
Le radici che dialogano, le reti sotterranee che connettono intere foreste, diventano il modello di una comunità che non si fonda sulla competizione ma sulla relazione.
E qui il punto è evidente: mentre l’uomo contemporaneo esaspera l’individualismo, la natura continua a funzionare in modo opposto.
Il giorno successivo cambia il linguaggio, ma non la sostanza. Sul palco salirà Dario Fabbri, direttore di Domino, con Popoli e imperi, dal mondo antico all’età contemporanea.
Qui la storia smette di essere racconto e diventa strumento di analisi.
L’Italia preromana non era un blocco unitario, ma una costellazione di popoli in tensione costante tra autonomia e alleanza. La cosiddetta Guerra Sociale rappresenta il punto di rottura: il momento in cui le comunità chiedono riconoscimento politico e vengono inglobate in un sistema più grande, quello imperiale.
Un passaggio che non appartiene solo al passato.
Fabbri lo usa per leggere una dinamica che si ripete: il rapporto tra identità locali e strutture di potere sovranazionali. Roma ieri, le grandi potenze oggi. Cambiano i nomi, non i meccanismi.
Ed è qui che il festival diventa qualcosa di più di una rassegna culturale: diventa uno spazio di consapevolezza.
Accanto alle serate principali, il programma prevede lezioni gratuite con studiosi italiani e internazionali, tra storici, archeologi, scienziati e artisti. Un impianto che punta chiaramente alla divulgazione, ma senza semplificazioni.
Il progetto, ideato dal giornalista Federico Fioravanti e promosso dall’Associazione culturale Archè APS, si inserisce nel quadro del Piano Nazionale Complementare Next Appennino ed è parte del calendario di L’Aquila 2026 Capitale Italiana della Cultura.
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