Non è solo una candidatura: è un test sulla credibilità culturale della città. Tra ambizioni e ritardi strutturali, Terni si gioca molto più di un titolo.
C’è anche Terni nella corsa al titolo di Capitale italiana del Libro 2027. Il progetto si chiama “Letture in cascata” e già nel nome prova a costruire una narrazione: la cultura che scende, si diffonde, attraversa la città e – almeno nelle intenzioni – coinvolge la comunità.
Le candidature arrivate al Ministero della Cultura sono 31. Un numero che dice una cosa chiara: i territori hanno capito che la cultura non è più un ornamento, ma una leva di sviluppo. Non a caso, sette proposte sono aggregate, coinvolgendo complessivamente 92 Comuni. Segno che da soli si va poco lontano.
Il termine per la presentazione dei dossier è scaduto il 18 aprile. Da lì in poi si entra nella fase seria: quella della selezione. I progetti saranno valutati da una giuria di cinque esperti indipendenti, chiamati a scegliere entro il 30 giugno fino a dieci finalisti. Poi ci sarà il passaggio pubblico, la presentazione dei dossier, e infine la decisione: entro il 31 luglio, il ministro Alessandro Giuli indicherà la città vincitrice.
In palio non c’è solo il riconoscimento simbolico. Alla città designata andrà un finanziamento fino a 500 mila euro. Ma sarebbe un errore fermarsi a questo. Il vero valore è nel posizionamento: diventare Capitale del Libro significa entrare in una rete nazionale, attrarre attenzione, costruire identità.
Ed è qui che il discorso su Terni diventa più interessante – e anche più scomodo. Perché candidarsi è facile. Costruire una politica culturale coerente, molto meno.
“Letture in cascata” punta su inclusione, partecipazione, diffusione della lettura. Parole giuste, inevitabili. Ma la domanda è un’altra: Terni ha oggi un ecosistema culturale capace di reggere una strategia del genere? O rischia di essere l’ennesima operazione di facciata, buona per il dossier ma debole nella realtà?
Purtroppo questa candidatura arriva in un momento delicato. La città continua a scontare ritardi evidenti su infrastrutture culturali, programmazione e capacità di fare sistema. E senza sistema, anche il miglior progetto resta carta.
Eppure proprio per questo la sfida ha un senso. Se presa sul serio, può diventare un punto di rottura: costringere istituzioni, operatori e imprese a uscire dalla logica degli eventi isolati e costruire una visione. Se invece resta un esercizio formale, finirà nel solito elenco delle occasioni mancate.
L’attesa in città è alta, la speranza anche. Ma qui non si tratta di sperare. Si tratta di capire se Terni vuole davvero diventare una città della cultura o continuare a raccontarselo.
Perché il titolo si può anche non vincere. Ma la credibilità, quella sì, si costruisce adesso.
Qui l’elenco delle città che si sono candidate
Scopri di più da UMBRIAreport
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.