
Daniele Kihlgren, ideatore di Sextantio, il progetto di ospitalità diffusa che ha contribuito alla rinascita di Santo Stefano di Sessanio.
Dalla rinascita di Santo Stefano di Sessanio al futuro dei piccoli centri dell’Umbria: l’eredità dell’imprenditore che ha trasformato la conservazione del patrimonio storico in un modello di sviluppo economico e culturale.
Se n’è andato il 7 ottobre, ad appena sessant’anni, portato via dalle complicanze di una polmonite. Daniele Kihlgren era un uomo complesso: imprenditore atipico, filosofo per formazione, erede di una dinastia milanese del cemento che, in una magnifica nemesi, ha dedicato la propria vita a dimostrare che il cemento non è sempre la risposta.
Per chi, come noi, si batte ogni giorno per dare un senso e un futuro alle aree interne, Kihlgren è stato una sorta di profeta laico. Un uomo capace di vedere opportunità dove altri scorgevano soltanto abbandono.
L’intuizione di Santo Stefano di Sessanio
La sua avventura più nota prende forma alla fine degli anni Novanta, quando si imbatte in Santo Stefano di Sessanio. Più che un paese, all’epoca era uno scheletro di pietra incastonato nell’Appennino abruzzese: un luogo segnato dall’esodo verso le città, abitato da pochi residenti, con gran parte delle porte serrate e numerose abitazioni abbandonate da decenni.
Ed è qui che scatta un meccanismo sul quale dovremmo interrogarci profondamente.
Laddove il tempo, lo spopolamento e la ricerca della modernità avevano progressivamente oscurato il valore di un patrimonio straordinario, lui, il milanese, il «forestiero», riconobbe un capolavoro.
È una cecità che conosciamo bene. Assuefatti alla quotidianità, spesso non ci accorgiamo della bellezza che ci circonda e diventiamo incapaci di riconoscere il potenziale turistico, culturale ed economico della nostra terra.
Talvolta è proprio lo sguardo libero di chi viene da fuori a far emergere il tesoro sul quale siamo seduti.
A Santo Stefano, Kihlgren non propose l’ennesima colata edilizia. Costruì invece un progetto fondato sulla collaborazione con le istituzioni locali, arrivando nel 2002 alla sottoscrizione di una Carta dei Valori per la tutela e la valorizzazione del borgo.
Il progetto Sextantio nacque così, come un’eresia rispetto alle logiche prevalenti dei primi anni Duemila.
La sua regola era drastica:salvare conservando.
Il suo approccio fu radicale: nessuna trasformazione invasiva doveva alterare l’identità del luogo. Rifiutò gli intonaci omologanti, protesse la patina del tempo sulle murature e integrò le tecnologie contemporanee cercando di renderle il meno possibile visibili.
Nelle camere rinunciò persino ai televisori, sostenendo nei fatti che fosse l’ospitalità a doversi adattare al luogo, e non il luogo alle esigenze standardizzate dell’industria alberghiera.
Al visitatore veniva restituito qualcosa di sempre più raro: il privilegio del silenzio, dell’autenticità e del tempo.
Conservare può generare economia
Kihlgren ha restituito dignità e valore al cosiddetto «patrimonio storico minore», dimostrando che il rigore conservativo può diventare il fondamento di un’economia concreta, capace di attrarre investimenti, creare occupazione e generare nuove opportunità.
Oggi Santo Stefano di Sessanio richiama visitatori da ogni continente, alla ricerca di un’autenticità che non sia stata sacrificata sull’altare della commercializzazione turistica.
Una visione che Kihlgren ha successivamente trasferito nei Sassi di Matera e che ha saputo declinare anche attraverso l’impegno umanitario in Africa, dove il progetto Sextantio Rwanda lega l’attività imprenditoriale al sostegno sanitario delle popolazioni più vulnerabili.
È questo, forse, il lascito più importante:dimostrare che la tutela della bellezza non è un ostacolo allo sviluppo, ma può esserne il presupposto.
E in Umbria? Quanti tesori continuiamo a non vedere?
Guardando a quell’esperienza abruzzese, il pensiero corre inevitabilmente a casa nostra. All’Umbria.
Quanti piccoli «Santo Stefano» abbiamo tra le nostre colline, lasciati all’incuria, minacciati da una valorizzazione posticcia, utile soltanto ad alimentare il turismo mordi e fuggi o, peggio, sfregiati da interventi edilizi tanto ordinari quanto irrispettosi?
Parlo di quelle trasformazioni in cui chi interviene spesso non si rende nemmeno conto dello scempio estetico che sta producendo: pensiline collocate senza alcuna attenzione al contesto, caldaie e motori dell’aria condizionata appesi in bella vista sulle facciate storiche, materiali estranei all’architettura originaria.
Piccoli interventi che, sommati, finiscono per compromettere irrimediabilmente l’armonia di luoghi costruiti nei secoli.
Penso a gioielli comeCollescipoli, Torreorsina, Collestatte, Papigno, Miranda, Rocca San Zenone, ma anche alle potenzialità ancora largamente inespresse del lago di Piediluco e dei centri che ne custodiscono il paesaggio e la memoria.
Luoghi diversi, ciascuno con una propria identità, accomunati dalla possibilità di costruire un futuro attraverso la riscoperta del passato.
Abbiamo disperatamente bisogno di applicare il «metodo Kihlgren» anche alle nostre latitudini.
I nostri centri storici devono tornare a essere spazi vivi, nei quali la contemporaneità si innesta con garbo sulle geometrie antiche, senza cancellarle e senza trasformarle in scenografie artificiali.
Il rilancio turistico, culturale e soprattutto demografico dei nostri borghi non passa attraverso le facciate rifatte in finto antico o le operazioni di maquillage urbano, ma attraverso il rispetto dei materiali tradizionali, la conservazione dell’identità architettonica e la capacità di restituire ai luoghi una funzione economica e sociale.
Perché un borgo non può vivere di sole fotografie sui social network. Ha bisogno di abitanti, attività, servizi e prospettive.
Il turismo può contribuire alla rinascita, ma non può sostituirsi alla vita di una comunità.
La scomparsa di Daniele Kihlgren dovrebbe suonare come una sveglia per la nostra regione.
Impariamo a guardare ciò che ci circonda con occhi nuovi, con lo stupore di un forestiero e con la responsabilità di chi quei luoghi li abita.
Prima che l’abbandono ci porti via per sempre ciò che non abbiamo saputo riconoscere e proteggere.
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