
La giunta Proietti preadotta la legge che apre alla nascita di una società mista pubblico-privata con la Regione in maggioranza. L’obiettivo è trattenere sul territorio il valore prodotto dall’acqua umbra e sostenere la competitività dell’industria. Ma tra Bruxelles, gare europee e investimenti miliardari, il percorso è tutt’altro che semplice.
L’acqua dell’Umbria vale centinaia di milioni. Ora la Regione vuole governarla davvero
Per decenni l’acqua è uscita dalle montagne umbre trasformandosi in energia elettrica e ricchezza, senza che una parte significativa di quel valore rimanesse realmente sul territorio.
È proprio su questo punto che si gioca la partita aperta dalla giunta regionale guidata da Stefania Proietti con la preadozione del disegno di legge sulle grandi derivazioni idroelettriche.
L’idea è chiara: non limitarsi a incassare un canone di concessione, ma diventare protagonista della gestione attraverso una società mista pubblico-privata nella quale la Regione deterrà una quota compresa tra il 51% e il 70%, lasciando al partner industriale una partecipazione tra il 30% e il 49%, selezionato mediante gara pubblica.
Una scelta che segna una netta inversione rispetto alla tradizionale logica concessoria.
L’acqua non è una centrale elettrica qualsiasi
Le grandi derivazioni idroelettriche rappresentano uno degli asset strategici più importanti dell’Umbria. Le centrali che sfruttano ilsistema Nera-Velinoproducono energia rinnovabile programmabile, cioè disponibile quando serve, a differenza di fotovoltaico ed eolico che dipendono dalle condizioni atmosferiche.
In un sistema energetico sempre più orientato verso le rinnovabili, l’idroelettrico diventa quindi ancora più prezioso, per questo motivo molte Regioni stanno cercando di aumentare il proprio peso nella gestione delle concessioni in scadenza.
L’Umbria prova ora a seguire questa strada.
Non solo energia: il dossier riguarda AST
Il provvedimento ha una forte valenza industriale.
Non è un caso che la presentazione sia avvenuta a Terni e che il riferimento costante sia l’Accordo di Programma per Acciai Speciali Terni.
Il messaggio politico è evidente: utilizzare parte dell’energia prodotta dall’acqua umbra come leva per sostenere uno dei maggiori poli siderurgici italiani.
I cosiddetti settorihard to abate– quelli nei quali abbattere le emissioni è più complesso – avranno infatti la possibilità di entrare nella futura società attraverso procedure pubbliche.
In altre parole, la Regione immagina un sistema nel quale energia, industria e sviluppo territoriale siano strettamente collegati.
I numeri fanno impressione
La Giunta sostiene che il modello della società mista sia molto più conveniente rispetto a una semplice gara concessoria.
Le simulazioni parlano di:
- 683 milioni di eurodi valore attuale netto in trent’anni;
- fino a752 milioninello scenario più favorevole;
- contro circa375 milioniderivanti da una concessione tradizionale.
La differenza nasce da un principio semplice: con una gara ordinaria la Regione incassa essenzialmente i canoni, con una partecipazione societaria incasserebbe anche gli utili distribuiti come dividendi.
È un cambio di prospettiva importante: non più soltanto ente concedente, ma anche soggetto imprenditoriale.
Ma i conti andranno verificati
Ed è qui che emerge il primo elemento di prudenza.
I683 milioni annunciati sono una proiezione economico-finanziaria costruita su numerose ipotesi.
Dipenderanno da variabili difficili da prevedere:
- andamento del prezzo dell’energia;
- investimenti necessari sugli impianti;
- costi di manutenzione;
- disponibilità idrica futura;
- rendimento delle centrali;
- eventuali periodi di siccità.
Sono numeri certamente possibili, ma che potranno essere verificati solo nel tempo.
Il nodo europeo resta tutto aperto
L’aspetto più delicato riguarda però il diritto europeo.
Le concessioni idroelettriche rappresentano da anni uno dei terreni più controversi tra Regioni, Governo e Commissione Europea.
Bruxelles continua a chiedere procedure realmente concorrenziali. Le Regioni, invece, cercano modelli che consentano di mantenere una presenza pubblica significativa.
Non è un caso che la presidente Proietti abbia sottolineato il confronto costante con i Ministeri e con le istituzioni europee.
Tradotto: la partita non è ancora chiusa. Ogni passaggio dovrà dimostrare di rispettare le norme sulla concorrenza.
Il vero banco di prova sarà scegliere il partner
Sul piano tecnico il nodo più importante sarà probabilmente un altro. Una società pubblico-privata funziona soltanto se il socio industriale porta realmente competenze, investimenti e capacità gestionale.
Il rischio, al contrario, è creare una struttura nella quale il pubblico eserciti il controllo formale mentre il privato abbia interesse esclusivamente alla redditività finanziaria.
La qualità della gara sarà quindi decisiva. Non basterà individuare il miglior offerente economico, ma servirà selezionare un operatore con solide competenze nella gestione di grandi impianti idroelettrici, nella manutenzione delle dighe, nella digitalizzazione delle reti e nell’efficientamento energetico.
Marmore e Piediluco non possono restare sullo sfondo
Tra gli obiettivi indicati dall’assessore Thomas De Luca compaiono anche la valorizzazione della Cascata delle Marmore e la gestione del Lago di Piediluco.
Temi spesso evocati ma raramente affrontati con una programmazione organica. Se davvero l’idroelettrico dovrà diventare un motore di sviluppo territoriale, allora il beneficio dovrà tradursi anche in opere, tutela ambientale, turismo sostenibile e servizi per le comunità locali.
Altrimenti il rischio è che tutto si riduca a un’operazione societaria.
Un cambio di paradigma che ora deve dimostrare di essere credibile
La scelta della Regione è politicamente coraggiosa perché rompe con una logica puramente concessoria e tenta di riportare il settore energetico sotto un controllo pubblico più incisivo.
Ma è anche una scelta che aumenta le responsabilità dell’ente. Da oggi non basterà più rivendicare il principio secondo cui “l’acqua è dei cittadini”. Bisognerà dimostrare che quella ricchezza sarà amministrata meglio di quanto abbia fatto il mercato negli ultimi decenni.
La vera sfida comincia adesso: trasformare un progetto legislativo in una governance efficiente, trasparente e capace di produrre benefici concreti per imprese, famiglie e territori. Perché se è vero che l’acqua è una risorsa strategica, è altrettanto vero che il suo valore non si misura nelle conferenze stampa, ma nei risultati che saprà generare.
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