
Le imprese umbre assumono di più e superano la media nazionale, ma il mercato del lavoro resta sbilanciato su profili poco qualificati. I dati Excelsior fotografano una crescita quantitativa che non diventa ancora sviluppo
Le assunzioni crescono, ma il modello resta fragile. È questa, in sintesi, la fotografia del mercato del lavoro umbro che emerge dai dati del sistema informativo Excelsior, elaborati daUnioncameree dal Ministero del Lavoro e diffusi dallaCamera di commercio dell’Umbria.
Partiamo dai numeri buoni, che non vanno sottovalutati. Nel solo mese di gennaio 2026 le imprese umbre hanno programmato6.950 assunzioni, con un incremento del+4,8% rispetto a gennaio 2025. Una delle migliori performance a livello nazionale, superata solo da Valle d’Aosta e Calabria. A trainare sono soprattutto i servizi, con+280 avviamenti, seguiti dall’agricoltura (+40). L’industria, invece, resta sostanzialmente ferma, con2.620 ingressi, praticamente identici all’anno precedente.
Il punto è proprio questo:si cresce dove il lavoro è più intensivo e meno qualificato. E infatti il bicchiere, guardato meglio, non è così pieno. Nel gennaio 2026 la quota di assunzioni rivolte a persone con la sola scuola dell’obbligo (o senza titolo) sale dal19% al 21%, allineandosi alla media nazionale. Nel frattempo, la richiesta di diplomati scende dal 26% al 24% e quella di laureati resta ferma intorno al13%, ben lontana dal17% della media italiana.
È la spia di unacrescita senza qualità, che in una regione piccola e manifatturiera come l’Umbria pesa più che altrove. Non è solo un problema di numeri, ma diposizionamento nelle filiere produttive. Se non si sale di livello, si resta compressi sul costo del lavoro.
A raffreddare ulteriormente l’entusiasmo c’è l’andamento trimestrale: le assunzioni previste passano da18.090 a 17.850, con una riduzione dell’1,3%. Segno che la crescita non è ancora strutturale, ma intermittente.
Anche la composizione settoriale racconta una storia chiara. Nel 2019 l’industria rappresentava il43,9%delle assunzioni umbre di gennaio. Nel 2026 scende al41%. A pesare è soprattutto la manifattura, che passa dal 31,8% del 2019 al27,1%, stabilmente sotto la soglia del 30%. In parallelo cresce il terziario, che arriva al59%.
Come sottolinea il presidente cameraleGiorgio Mencaroni, il nodo non è solo settoriale:
la vera sfida è far crescere attività capaci di generare competenze, produttività e valore, sia nell’industria sia nei servizi.
Ed è qui che, secondo me, sta il punto politico ed economico:l’Umbria non può accontentarsi di “andare meglio” se va meglio solo sul lato quantitativo. Senza investimenti seri su innovazione, formazione avanzata e lavoro qualificato, il rischio è restare attrattivi solo per occupazione povera.
Le potenzialità ci sono. Ma ora serve una scelta chiara:qualità o galleggiamento.
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