Un ricordo personale che diventa riflessione civile: la mia intervista ad Antonino Zichichi come occasione per tornare al cuore della scienza, al rigore della ragione e alla responsabilità culturale tradita dal nostro tempo.
Ci sono incontri che, anche a distanza di anni, continuano a parlarti.
La notizia della morte di Antonino Zichichi, arrivata ieri, mi ha riportato con forza a uno di quei momenti rari in cui il mestiere di giornalista coincide con un privilegio umano e intellettuale.
L’intervista (qui il video completo) si svolse nel 2012, nella sua casa nei pressi di San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, una vista mozzafiato sulle Egadi. Un mare pieno, netto, di luglio, in Sicilia. Lo scienziato parlava e sembrava naturale che lo facesse lì, davanti a quell’orizzonte: la fisica, con lui, non è mai stata astratta. Era materia viva, pensiero incarnato.
Durante la conversazione mi spiegava – con una chiarezza disarmante – la fisica delle particelle, la teoria delle stringhe, l’astrofisica, il bosone di Higgs, il multiverso. Ma soprattutto mi fece capire una cosa che oggi, nel rumore di fondo del dibattito pubblico, si è quasi persa: la scienza è una grande avventura umana prima ancora che un insieme di formule. Non nasce per semplificare il mondo, ma per comprenderlo. Non per piacere, ma per essere vera.

Ricordo bene quando, parlando delle origini del suo amore per la scienza, disse una frase che vale più di molte lezioni accademiche: da bambino chiedeva a sua madre perché il sole brillasse, cosa volesse dire “mondo”. Non sapeva che quello sarebbe diventato il suo destino. Ma il cervello – diceva – decide cosa davvero ci sta a cuore. E a lui stava a cuore capire com’è fatto il mondo. Punto. Senza ideologia, senza pose, senza narrazione autocelebrativa.
Quando gli chiesi che cosa fosse per lui la ragione, non esitò: linguaggio, logica, scienza. La ragione come ciò che rende l’essere umano unico tra le forme di materia vivente, capace di memoria collettiva permanente, di matematica, di conoscenza verificabile. Una definizione potentissima, oggi quasi sovversiva, in un tempo che diffida della competenza e scambia l’opinione per sapere.
E poi il rapporto tra scienza e fede. Per Zichichi non erano opposti. La scienza – ricordava citando Galileo Galilei – nasce come atto di fiducia nella razionalità del mondo. Cercare le leggi della natura significava cercare le impronte del Creatore nelle pietre. Lo diceva con serenità, senza propaganda e senza timore di risultare fuori moda, perché le più grandi conquiste dell’umanità sono quelle scientifiche – diceva – e aveva ragione. Se oggi viviamo più a lungo e meglio, con più strumenti per comprendere e curare, lo dobbiamo alla scienza. Non ai like, non agli slogan, non ai divulgatori improvvisati.
Quando, con un sorriso ironico, gli chiesi della presunta fine del mondo prevista per il 21 dicembre 2012 (ebbene sono passati 14 anni – ndr) rispose secco: «Io sarò qui. Non succederà nulla». Anche in questo, era Zichichi: allergico alla superstizione, fedele alla ragione, incapace di cedere al sensazionalismo.
In un’intervista, lo scienziato descrisse Archimede come il primo archetipo del genio scientifico, capace di combinare invenzione, calcolo e comprensione del mondo. Archimede dimostrò che l’infinito può essere misurato attraverso il metodo e gettò le basi per il calcolo esponenziale, introducendo un nuovo modo di pensare in anticipo rispetto alla scienza moderna. Tuttavia, le sue scoperte furono dimenticate per quasi 1800 anni, non per errori, ma perché la cultura del suo tempo non le comprendeva.
Qui Zichichi faceva il salto, durissimo, sul presente. Oggi – diceva – stiamo ripetendo la stessa storia. Viviamo in una piena erosione culturale, in cui tutti parlano di scienza senza aver mai scoperto o inventato nulla. Parlare di scienza non significa fare scienza. Senza metodo, senza invenzione, senza rigore, resta solo rumore.
Zichichi non temeva l’impopolarità. Temeva l’ignoranza travestita da sapere.
Per questo non ha mai abbassato l’asticella, nemmeno quando risultava scomodo.
Oggi che non c’è più, resta il vuoto che lasciano le menti libere.
Resta il mare di San Vito Lo Capo. Resta una voce capace di rendere comprensibile l’infinito senza banalizzarlo.
È stato per me un grande onore averlo conosciuto.
E, ancora di più, averlo ascoltato davvero.
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