HAURAH, la nuova rubrica di UmbriaReport dedicata al pensiero critico e ai linguaggi della modernità.
Con HAURAH, UmbriaReport inaugura uno spazio di pensiero critico che attraversa filosofia, arti visive, architettura, design, moda e comunicazione, rifiutando la frammentazione specialistica e la superficialità del commento rapido.
Non una rubrica “di settore”, ma un luogo di visione: un laboratorio in cui i linguaggi della modernità vengono letti come sistemi complessi, interconnessi, mai separabili.
HAURAH nasce da una scelta editoriale netta: restituire profondità al presente. In un tempo dominato dalla velocità, dall’eccesso di immagini e dalla semplificazione forzata, questa rubrica sceglie deliberatamente la complessità come forma di responsabilità culturale.
A curarla è Francesco Gallo Mazzeo, filosofo, critico e storico dell’arte, tra i più autorevoli studiosi italiani dei codici inventivi della modernità. Il suo lavoro attraversa da decenni le arti visive, la comunicazione, l’architettura, il design e la moda, tenuti insieme da una visione unitaria del pensiero, in cui estetica ed etica, invenzione e conoscenza, immaginario e struttura non sono mai scissi.
Autore di monografie storiche e critiche fondamentali, curatore di cataloghi generali, docente in prestigiose istituzioni italiane e internazionali, protagonista di mostre, Biennali, riviste e progetti culturali in Europa, America e Asia, Gallo Mazzeo porta in HAURAH una scrittura che non media al ribasso: rigorosa, densa, ma viva.
Ogni intervento è un atto critico, non per spiegare il mondo, ma per riaprirlo.
A inaugurare la rubrica, un’intervista che è già dichiarazione di metodo.
Lei attraversa da decenni filosofia, arti visive, architettura e moda. Esiste un principio comune che tiene insieme questi linguaggi?
Il principio comune è l’umano. Uno solo, ma declinato in mille varianti, generate dalla dialettica continua tra invenzione e scoperta. Nel tempo questi linguaggi si sono moltiplicati, frammentati, iper-specializzati, correndo però un rischio serio: perdere il senso di organismo, trasformando ciò che era convergenza naturale e complementarità necessaria in giustapposizioni casuali, anorganiche.
Da qui l’esigenza di tenere insieme la filosofia – intesa come grammatica di tutti i linguaggi – con le arti visive, l’architettura, il design, la moda, la comunicazione e persino le scienze esatte, che nel Medioevo facevano parte del Quadrivio e oggi rientrano nelle Big Five e nelle STEM. Separarle è una comodità moderna, non una necessità del pensiero.
In un tempo dominato dalla velocità e dalla riproducibilità, che spazio resta oggi per lo stile?
Lo stile è profondità e stabilità. Ammette solo trasformazioni lente, quasi molecolari. Oggi, invece, domina la legge della varianza e della sostituzione: tutto cambia troppo in fretta per permettere una stilistica compiuta.
Al massimo si produce eclettismo elegante; più spesso, eclatanza. Quello che viene chiamato “stile” è in realtà una modalità momentanea, un’apparenza. Non stilus, ma delirium. È una differenza sostanziale, non semantica.
Originalità e genio sono categorie ancora praticabili o solo evocazioni nostalgiche?
Viviamo paradossalmente nel tempo dell’originalità assoluta. In epoche premoderne, l’originarietà – cioè la fedeltà ai maestri – era un valore; oggi è vista come incapacità. O si è originali o non si è. Punto.
Il genio resta il motore della vita e della modernità, ma costretto a correre senza tregua rischia la bizzarria, che spesso diventa moda, non stile.
La contemporaneità, intesa come semplice vicinanza cronologica, è una falsificazione. È piuttosto una acronia, una pancronia: siamo contemporanei di ciò che amiamo. Come direbbe Goethe, per affinità elettiva, non per datazione.
I luoghi – fisici o simbolici – possono ancora generare pensiero o sono solo scenografie?
Possono eccome, a patto di intendersi. La fisicità è fatta di specularità: non è la verità – che resta indicibile – ma un “vero” oggettivo che corrisponde alla nostra intelligenza.
La simbolicità appartiene invece al pensiero pre-logico, dove gli opposti possono convivere: giorno e notte, prima e dopo. Quello che oggi chiamiamo impropriamente “simbolo” è spesso solo un segno, logico e non contraddittorio.
Che tutto possa diventare scenografia e virtualità è inevitabile. Ma la scenografia è comunque una costruzione mentale. Non è vuota: dipende da chi la abita.
La moda è spesso considerata effimera. In che modo può diventare dispositivo culturale duraturo?
La moda è una struttura ineliminabile della modernità. È già, di per sé, permanente attualità. Leopardi la metteva in dialogo con la morte, come sorelle, ma senza moda il mondo che conosciamo collasserebbe come un castello di carte.
La sua forza universale deriva anche dalla gemellarità con la pubblicità e con il sistema dello spettacolo: una presenza continua, avvolgente, inevitabile. Non superficiale, ma atmosferica.
Nei suoi studi la memoria è centrale. Che rapporto ha oggi con la contemporaneità?
La memoria è ciò che rende possibile passato, presente e futuro. Senza memoria non esistiamo più come sapiens: svanisce la biografia, la coscienza di sé, restando solo una biologicità senza passione.
Va custodita dentro e fuori di noi, per non cadere nella voragine della post-verità e nel paradosso dell’effetto Mandela. Senza coscienza si entra nel delirio.
È un rapporto che deve essere causale, non casuale, soprattutto di fronte all’avanzata straordinaria – e affascinante – dell’intelligenza artificiale.
Nell’iper-esposizione delle immagini c’è ancora spazio per il silenzio?
Il consumo non è un male. Lo è il consumismo. Così come l’individuo non è un problema, ma lo è l’individualismo.
Non esiste una risposta assoluta: addizione o sottrazione, suono o silenzio. Il vero rischio è restare prigionieri della falsa dialettica tra apocalittici e integrati. Serve moderazione, progettualità, per evitare sia un nuovo Medioevo sia un’uscita dall’umanità in chiave cyber.
Personalmente amo la tempesta e la quiete. Purché ci sia sempre una sosta. Una meditazione. E, perché no, una preghiera.
Che responsabilità ha oggi chi interpreta e critica il presente?
Una responsabilità enorme. Il pericolo è doppio: il nulla dell’insignificanza e il tutto del dogmatismo. Entrambi letali.
A quali progetti sta lavorando oggi?
È in uscita in ebook !Harmonia, manuale di teoria della cultura, con punto esclamativo iniziale e accento sulla prima “a”. Ho completato Psyche, sulla teoria della conoscenza, e Lucida Follia, esercizi di impossibile stilistica e critica d’arte poetizzante.
Ho scritto un testo per un libro d’arte su San Francesco e sto lavorando a una mostra romana su Caravaggio e i caravaggisti, inventori barocchi della modernità, preceduti dall’intuizione di El Greco e dal pensiero di Bruno, Galilei, Copernico e Keplero.
Sto curando i cataloghi generali di Luca Alinari e Mimmo Germanà, diverse monografie, una mostra di Rosario Genovese a L’Aquila e numerosi progetti in Umbria: da Romano Notari a Roma e Sansepolcro, alla Fondazione di Campello sul Clitunno, fino all’anniversario francescano con Xelidon Xhixha ad Assisi e a una grande antologica di Sammuele Ventanni a Gubbio, dove stiamo lavorando a una Biennale innovativa.
Le mie giornate non durano ventiquattro ore. Ne durano molte di più.

Francesco Gallo Mazzeo è filosofo, critico e storico dell’arte. Studioso dei codici della complessità poetica e dei linguaggi inventivi della modernità, attraversa da decenni arti visive, architettura, design, moda e comunicazione come campi di pensiero interconnessi.
È autore di numerose monografie storiche e critiche, saggi teorici ed estetico-poetici, e ha scritto su alcuni dei principali protagonisti dell’arte italiana ed europea del Novecento e della contemporaneità. Ha collaborato con importanti case editrici, quotidiani e riviste culturali, fondando e dirigendo le riviste Demetra ed Eclettica.
Ha curato mostre, premi e progetti espositivi in Italia e all’estero, partecipando a tre edizioni della Biennale di Venezia, e ha tenuto conferenze in Europa, America Latina, Medio Oriente e Asia. Già docente in numerose Accademie di Belle Arti, insegna attualmente Linguistica dei codici inventivi della modernità al Pantheon Institute of Design & Technology.
Premio Pirandello per la Cultura (2013) e Premio De Ferraris (2023), vive e lavora a Roma.
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