Non è un libro di memorie. È una chiamata alla responsabilità. Francesco Mongiovì, ex uomo della scorta di Falcone, racconta cosa significa scegliere lo Stato ogni giorno. E lancia un messaggio che le scuole italiane devono ascoltare.
Ci sono uomini che attraversano la Storia. E altri che decidono di starle accanto, sapendo che potrebbe travolgerli.
Francesco Mongiovì appartiene alla seconda categoria.
Lo incontro a Palermo, al bar di viale del Fante, a pochi passi dalle Tre Torri, il complesso residenziale costruito accanto al Parco della Favorita e destinato alle famiglie delle Forze dell’Ordine. Un luogo che non è solo un indirizzo, ma un simbolo silenzioso di chi ha scelto di servire lo Stato anche fuori dall’orario di servizio.
Anni fa avevamo già lavorato insieme a un progetto che portava nelle scuole siciliane un tour nei luoghi delle stragi, un percorso civile tra Capaci e via D’Amelio per sensibilizzare gli studenti. Non una semplice visita guidata, ma un viaggio nella memoria per far capire ai ragazzi che quelle esplosioni non sono pagine di un libro di storia, ma ferite ancora aperte.
Ci rincontriamo dopo oltre dieci anni. La divisa non c’è più, è in pensione da tempo, ma l’identità è rimasta intatta. Ed è proprio da quella identità che nasce il libro UOMO DI STATO. La mia vita in Polizia, dalla scorta a Falcone agli arresti di Brusca e Provenzano, edito da Oligo, a cura di Stefano Marina, con prefazione di Franco Gabrielli.
Un libro che, in realtà, non doveva esistere.
Per anni Mongiovì ha rifiutato l’idea di scrivere: «Non volevo guadagnare sul sangue dei miei colleghi». Poi un incontro nel reparto di Oncoematologia Pediatrica dell’Ospedale Civico di Palermo cambia tutto. Un bambino, Gioele. Un dialogo breve ma decisivo. Da lì nasce la scelta di trasformare la memoria in progetto sociale: l’intero ricavato del volume sarà devoluto al reparto tramite l’Associazione Siciliana Lotta Leucemie e Tumori dell’Infanzia.
Non un memoir celebrativo ma un atto morale. E ancora una volta ritengo un dovere raccontare un uomo che crede davvero nella giustizia, nella legalità e nell’importanza, oggi quasi controcorrente, di essere onesti.
Quando la divisa diventa identità
«Mi definisco Uomo di Stato perché quella divisa non l’ho mai tolta: non è un’uniforme, è pelle. L’ho onorata ogni giorno, e ogni tradimento di quel giuramento è una sconfitta anche mia. Quando accadono episodi come quelli di Rogoredo, mi fanno profondamente male: non vorrei mai che un operatore delle Forze dell’Ordine tradisse così il nostro giuramento. Per me, queste sono vere sconfitte.»
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che non stavi semplicemente facendo un lavoro, ma incarnando un valore?
«Quando facevo parte della Quarto Savona 15, la scorta del giudice Falcone. Mettere in gioco la tua vita, pur sapendo che stai effettuando una scorta ad altissimo rischio, lo fai soltanto per un magistrato per cui vale veramente la pena morire».
In quella frase c’è tutto: la consapevolezza del pericolo, la lucidità, la fedeltà a un’idea di Stato incarnata in un uomo.
Palermo: vivere con la paura di morire
Negli anni Ottanta Palermo era una città in cui la normalità conviveva con l’attesa dell’esplosione successiva.
«La mafia uccideva giornalmente – racconta – ho vissuto due anni e mezzo con la paura di morire ogni giorno. Ho avuto tanta paura, proprio paura di morire. Ma forse quella paura mi ha insegnato a gestirla. Quando sono passato alla Catturandi, pur trovandomi di fronte a mafiosi pericolosi, non ho provato la stessa paura della scorta. Mi ero abituato a conviverci, impegnandomi ancora di più nel lavoro».
Hai pensato mai di mollare tutto?
«Assolutamente no. Rifarei tutto».
Brusca: il giorno in cui il cerchio si chiude
Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, Mongiovì chiede di essere trasferito alla Sezione Catturandi. È una scelta netta: non arretrare, ma inseguire. Trentatré arresti eccellenti. Sacrifici enormi. Vita familiare sacrificata: «Non ho mai accompagnato mia figlia a danza né mio figlio a calcio».
Ma c’è un’operazione che per lui ha un significato diverso dalle altre: «Avendo fatto parte della Quarto Savona 15, l’arresto che mi ha dato la sensazione di avere veramente vinto è stata la cattura di Giovanni Brusca, l’uomo che il 23 maggio dalla collina di Capaci ha schiacciato quel telecomando. Se lo avesse fatto qualche mese prima, su quelle macchine ci potevo essere io».
La mafia di oggi e il rischio della parola “legalità”
Pensi che la mafia di oggi è meno violenta o solo più invisibile?
«La mafia di oggi non è meno pericolosa. È più silente. È inserita nel tessuto economico. Gestisce affari. È più difficile da combattere».
E ai ragazzi che la conoscono solo attraverso serie e film dice:
«Vivete nella realtà. Quella è una strada senza vie d’uscita. Studiare non è fare un favore a qualcuno. È farlo a se stessi. Il sapere resta. E il sapere rende liberi».
Sulla parola “legalità” è altrettanto netto: «È una semina. Non so quanti semi germoglieranno. Ma non ci dobbiamo fermare. I giovani sono il presente e saranno i dirigenti di domani».
Un appello alla società civile
In un tempo in cui la parola Stato viene usata e abusata, in cui la mafia viene spesso trasformata in prodotto narrativo, servono testimonianze autentiche. Servono uomini che raccontino cosa significa vivere due anni e mezzo con la paura di morire e scegliere comunque di restare.
Portare UOMO DI STATO nelle scuole umbre, da Perugia a Terni, non sarebbe un evento culturale. Sarebbe un gesto educativo.
Perché lo Stato non è un palazzo. È una scelta quotidiana.
Da direttore di questa testata, ma prima ancora da palermitana che ha vissuto le stragi del ’92, sento il dovere di scrivere che non ci si può permettere di abbassare la guardia. Mai.
Chi è cresciuto in Sicilia in quegli anni sa cosa significano il boato, il fumo, il silenzio irreale dopo l’esplosione. Sa cosa significa perdere pezzi di Stato e insieme pezzi di fiducia. La memoria non è un rito annuale. È responsabilità quotidiana.
Per questo rivolgo un’esortazione concreta alle istituzioni umbre – Comuni, Provincia, Regione, dirigenti scolastici: apriamo le scuole a testimonianze come questa. Non per commemorare, ma per formare. Non per celebrare il passato, ma per costruire anticorpi civili nel presente.
La legalità non si insegna con uno slogan appeso in aula.
Si trasmette attraverso storie vere.
Si instilla mostrando il prezzo che altri hanno pagato perché noi potessimo vivere in uno Stato libero. E se non partiamo dai giovani, semplicemente, stiamo rinunciando al futuro.
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