Tra fotografia, memoria e ritualità del dolore, l’artista fiorentina racconta a UMBRIAreport il progetto nato durante la residenza artistica a Todi e prorogato fino al 12 giugno.
Con la mostra Lo straniamento prima del canto, l’artista trasforma radiografie, fiori e paesaggi interiori in una riflessione poetica sulla perdita e sulla capacità della vita di rigenerarsi.
C’è un’arte che cerca l’impatto immediato e un’altra che domanda tempo. L’arte di Teresa Bucca appartiene senza esitazione alla seconda categoria. Nella mostra Lo straniamento prima del canto, allestita tra la Biblioteca del Todi Circle e l’Ex Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, l’artista fiorentina costruisce un percorso fatto di silenzi, sospensioni e memorie che si depositano lentamente nello sguardo.
Nata durante una residenza artistica nella casa dei collezionisti Umberto Morera e Anna Maria Balsano Morera, l’esposizione – la cui chiusura è stata prorogata al 12 giugno – nasce da un dialogo profondo con il territorio umbro e con la sua dimensione più intima.
«Nelle prime settimane sono stata molto sola, in una condizione di grande raccoglimento», racconta Bucca. «Da una parte il lutto, la perdita, il rapporto con i morti; dall’altra una vita che continua a spingere, anche in modo eccessivo. Il territorio umbro ha avuto un ruolo fondamentale, non solo come paesaggio ma come presenza attiva».
Un’esperienza che si è nutrita di passeggiate nei cimiteri di paese, raccolta di fiori spontanei, osservazione della natura e incontri con gli abitanti del luogo. Elementi che sono confluiti in una ricerca artistica dove la memoria personale si intreccia con quella collettiva.
Prima della catarsi
Il titolo della mostra racchiude il cuore stesso della ricerca.
«Per me lo straniamento è un momento in cui qualcosa si sposta, in cui il mondo non appare più del tutto familiare», spiega l’artista. «Prima del canto c’è lo straniamento, cioè il tempo in cui il dolore non trova una forma. Il lavoro prova a stare lì, in quello spazio intermedio».
Il “canto” evocato da Bucca è quello rituale del lamento funebre, della condivisione collettiva del dolore che accompagnava le comunità verso la catarsi. Uno spazio che oggi sembra essersi dissolto, lasciando l’individuo spesso solo davanti alla perdita.
Da qui nasce un lavoro che non cerca risposte definitive, ma suggerisce la possibilità di costruire un proprio rito, una personale elaborazione del dolore.
Fiori e radiografie: la vita dentro l’assenza
Uno degli aspetti più originali della mostra è l’accostamento tra fiori raccolti nelle campagne tuderti e radiografie appartenute ai familiari dell’artista.
L’origine del progetto è sorprendentemente semplice. Alcune radiografie conservate dal nonno diventano il punto di partenza di una riflessione sulla memoria e sul corpo.
«La radiografia portava con sé la memoria familiare, qualcosa di analitico ma insieme vicinissimo al corpo di chi non potevo più raggiungere, mentre il fiore introduceva una presenza viva ma anche destinata a deteriorarsi», racconta.
Le immagini risultanti sembrano paesaggi interiori, territori in cui vita e morte, presenza e assenza, convivono senza contraddirsi.
Non è un caso che l’artista rifiuti una lettura esclusivamente funebre del proprio lavoro.
«Il lutto è un processo di trasformazione. Dopo una perdita cambia il rapporto con il tempo, con il corpo, con la memoria. Mi interessa il lutto come attraversamento, come tempo in cui qualcosa finisce ma qualcos’altro si riorganizza».
La bellezza fragile della natura
Nelle opere di Teresa Bucca i fiori non hanno mai una funzione decorativa.
«Richiamano sempre la vanitas, la bellezza che appare nel momento stesso in cui sappiamo che è destinata a scomparire», spiega. «Sono il simbolo più immediato di una bellezza fragile, di una vita intensa ma non eterna».
Una riflessione che affonda le proprie radici nella tradizione iconografica occidentale, ma che qui assume una dimensione profondamente contemporanea. I fiori diventano testimoni della precarietà dell’esistenza e insieme della sua straordinaria vitalità.
Contro la fretta del presente
In un’epoca dominata dalla velocità delle immagini e dalla ricerca dell’effetto immediato, il lavoro di Bucca rivendica il valore della lentezza.
«Ho un rapporto difficile con le cose troppo rapide, troppo vacue, che si consumano subito e non lasciano nessuna traccia», afferma. «Mi interessa che un’immagine continui a lavorare anche dopo averla incontrata».
Parole che assumono il valore di una dichiarazione poetica e, forse, anche politica.
«Ben vengano la lentezza e il silenzio come forma di resistenza al pensiero dominante. L’impatto immediato senza una forte eco serve solo a sviluppare deficit di attenzione».
Una posizione controcorrente che emerge con forza nell’intero allestimento, pensato insieme alla curatrice Arianna Bettarelli come un percorso da attraversare più che da osservare.
Chi è Teresa Bucca
Teresa Bucca (Firenze, 1994) è un’artista multidisciplinare che lavora principalmente con la fotografia. Si forma presso la Fondazione Studio Marangoni, dove consegue nel 2018 il diploma in fotografia. Nel 2019 ottiene il diploma di operatrice e montatrice per cinema, teatro e televisione e nel 2023 si laurea in Regia Cinematografica presso la Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano.
La sua ricerca indaga il rapporto tra immagine, memoria e narrazione, con particolare attenzione alle permanenze culturali e simboliche del Sud Italia. Ha partecipato a numerose mostre collettive in diverse città italiane e ha realizzato due mostre personali: Cosa c’è di vivo a Firenze nel 2025 e Lo straniamento prima del canto a Todi nel 2026. Parallelamente all’attività artistica collabora in ambito cinematografico e autoriale come sceneggiatrice e acting coach.
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Direttore responsabile di UMBRIAreport.