Dalla “Fabbrica dell’Arte” mancata al bando senza offerte: Guido Verdecchia ricostruisce in prima persona le ragioni della sua uscita dalla maggioranza e accusa l’amministrazione di aver svuotato di visione uno dei progetti più strategici per Terni.
Quando mesi fa ho deciso di lasciare il ruolo di capogruppo di maggioranza per approdare al Gruppo Misto, non l’ho fatto per un singolo dossier, ma per un’inconciliabile divergenza di metodo e di visione. Tuttavia, i fatti di questi giorni sugli Studios di Papigno rappresentano l’ennesima, inconfutabile testimonianza che la mia scelta di coerenza era l’unica possibile.
Il bando andato deserto non è un incidente di percorso, ma il fallimento certificato di un modello gestionale fatto di annunci roboanti a cui non corrisponde mai una sostanza amministrativa.
Il progetto per cui ho dato il mio contributo di idee e che immaginavo per Papigno era radicalmente diverso dalla “scatola vuota” prodotta dalla Giunta Bandecchi. Sognavo una Fabbrica dell’Arte: un hub internazionale dove scultori e pittori potessero trovare spazi di creazione, ospitando mega-installazioni di artisti provenienti da tutto il mondo. Non era solo cinema: avevamo l’opportunità di coinvolgere importanti realtà discografiche per sviluppare il settore musicale e attirare case cinematografiche che avevano già manifestato un interesse concreto e qualificato.
L’obiettivo strategico era costruire una vera scuola per le maestranze: formare artigiani, tecnici e professionisti del set, dando una prospettiva occupazionale reale e duratura a tutto il territorio. C’erano manifestazioni d’interesse serie, annunciate dalla stessa Giunta, che avrebbero potuto trasformare Papigno in un centro d’eccellenza produttiva.
E invece, a cosa abbiamo assistito?
La realtà prodotta da questa amministrazione, al di là della volontà di qualche assessore, è un bando tecnicamente fragile che non ha attratto nessuno, chiudendosi con uno sconfortante “zero offerte”.
Mentre si inseguivano sogni di cartapesta, il sito è rimasto ostaggio del degrado, privo di servizi essenziali e con i suoi tesori storici abbandonati all’incuria.
La “soluzione” finale di ripiego — trasformare temporaneamente i teatri di posa in un magazzino per i carri del Cantamaggio — pur rispettando i maggiaioli, è la prova provata che la visione industriale e culturale è stata svenduta per un qulache post sui social.
Papigno è oggi il paradigma di un’amministrazione che scambia il governo della città con una filiale aziendale, dove i consiglieri sono chiamati a votare “favorevole”, anziché contribuire con idee.
Avevo avvertito che questo “castello di chiacchiere” sarebbe crollato davanti alla realtà dei fatti. Il bando deserto e l’azzeramento della Giunta sono le firme in calce a un fallimento che non riguarda solo un borgo, ma l’intera idea di futuro per Terni .
Come ho detto il giorno del mio addio: il tempo è galantuomo. E oggi, purtroppo, anche per gli ex Studios di Papigno quel tempo è arrivato.
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